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Sceneggiatura Oppenheimer: Pagina uno - Frame del film
By Lorenzo Carapezzi / Aggiornato circa un'ora fa / Sceneggiatura

Sceneggiatura in prima persona: Il caso Oppenheimer

Spesso, di fronte ad un cambiamento, si manifesta un’ideologica resistenza: quando arrivò la fotografia, Baudleaire la definì un rifugio per tutti i pittori mancati; Chaplin consideò l'avvento del sonoro un grave regresso che distruggeva la natura visiva dell'arte cinematografica; persino quando venne introdotta la sceneggiatura come strumento ci fu qualcuno che si oppose, come l’attore e regista Mack Sennett, il quale pensava che la comicità (e la recitazione in generale) risiedeva nella spontaneità degli attori e nel ritmo trovato sul set, elementi impossibili da catturare in anticipo su una pagina scritta.

Ma nonostante queste opposizioni, il mondo va avanti. Mutare è insito nella realtà e alla fine Chaplin cominciò a girare film sonori, Sennett a scrivere sceneggiature non solo per i suoi film e Baudleaire si fece fare qualche scatto. Persino lo stile e il formato delle sceneggiature si è evoluto: da un iniziale strumento di lavoro grezzo, poco più di un elenco di scene, si è arrivati a una forma codificata con regole precise di impaginazione, terminologia e struttura, condivise da un'intera industria. Ma se il formato ha continuato a cambiare nel tempo, una regola è sempre stata considerata intoccabile: la sceneggiatura si scrive in terza persona.

In una sceneggiatura, infatti, le didascalie, ovvero il luogo della sceneggiatura dove vengono descritte le azioni che i personaggi compiono in scena, hanno uno stile asciutto e diretto: “entra nella stanza”, “guarda fuori dalla finestra”, “il telefono squilla”. Nessuno spazio per i pensieri di un personaggio, nessuna riga su cosa provi o ricordi: solo ciò che una macchina da presa può inquadrare, solo ciò che uno spettatore può vedere dalla propria poltrona.

Eppure, nel 2023, il regista e sceneggiatore Christopher Nolan, tra le sue tante stravaganze, ha deciso di infrangere questa regola: la sceneggiatura del film Oppenheimer (2023) è interamente scritta in prima persona, dal punto di vista del protagonista J. Robert Oppenheimer (Cillian Murphy).

Ma perchè una scelta così particolare? E, soprattutto, ha senso cambiare questo formato?

Perchè scrivere in terza persona?

Prima di entrare nella sceneggiatura in questione e chiederci se abbia senso o meno scrivere in prima persona, capiamo come mai, sia nel teatro che nel cinema, le sceneggiature si sono sempre scritte in terza persona.

Nei primi anni del cinema i film duravano una manciata di minuti e le storie raccontate erano basilari: bastava un’idea, qualche annotazione su un foglio e si “scriveva” il film mentre lo si girava.

Non c’era la necessità di avere un testo scritto, fino all’inizio del ‘900, quando il giornalista newyorkese Roy McCardell venne assunto dalla American Mutoscope and Biograph Company per scrivere una decina di scenari. Il motivo non fu un'esigenza artistica, ma una necessità pratica: le case di produzione iniziavano a girare molti film contemporaneamente, con maggiore regolarità e con più pellicole, quindi con storie più lunghe e articolate. Non era più possibile gestire il tutto improvvisando direttamente sul set: la pellicola, ma soprattutto il tempo sul set, cominciavano ad essere dispendiosi. Serviva quindi qualcuno che pensasse a monte alla storia, con un modello sistematico e ripetibile, così da poter sfornare un film dietro l'altro senza sprecare soldi. Nacque così, per ragioni industriali prima ancora che narrative, la figura dello sceneggiatore e, di conseguenza, la sceneggiatura.

Questa brevissima introduzione alla storia della sceneggiatura (che approfondiremo in futuri articoli) ci dimostra una cosa che non bisogna dimenticarsi: qualsiasi invenzione (sceneggiature comprese) non nasce da un bisogno artistico o estetico, ma da un problema che deve essere risolto. Non è quindi l’ispirazione a generare uno strumento, ma una necessità.

Macchina da scrivere - Sceneggiatura agli albori

Quando McCardell e altri autori si trovarono a dover capire come scrivere una sceneggiatura, partirono da quelle del teatro: erano l’unico modello di scrittura in scena, dove ad essere importanti sono le azioni e i dialoghi.

Ma allora perché nei copioni teatrali le azioni si scrivevano in terza persona?

Bisogna capire un presupposto: la sceneggiatura non è un’opera che fruisce il lettore, ma uno strumento di lavoro: un testo che un regista e un attore devono poter leggere per capire cosa fare e dire sul palco, non cosa un personaggio pensa o prova mentre lo fa, questo perché lo spettatore può seguire la trama solo da quello che vede esternamente.

C’è poi anche una ragione puramente aritmetica: le storie non sono composte da un solo personaggio (e quindi un solo attore). Se le didascalie fossero scritte dal punto di vista interiore di uno solo di loro, tutti gli altri (attori e troupe) resterebbero senza indicazioni. La terza persona, restando esterna a ciascun personaggio, è l'unico punto di vista in grado di tenerli, per così dire, tutti dentro la stessa inquadratura: descrive la scena nel suo insieme, non l'esperienza soggettiva di uno solo dei suoi protagonisti.

Attori teatrali che recitano - Scena teatrale

Nolan e la prima persona

Conosciamo Nolan: non è mai stato fan delle cose semplici. Fin dai suoi primi film, si è distinto per un rapporto tutt'altro che ortodosso con la struttura narrativa: Memento (2000) racconta una storia a ritroso, alternando una linea temporale che procede in avanti a una che procede all'indietro, costringendo lo spettatore a ricostruire gli eventi nello stesso modo confuso in cui li vive il protagonista, privo di memoria a breve termine; in Inception (2010) sovrappone livelli di sogno dentro sogni, ciascuno con un proprio scorrere del tempo; Interstellar (2014) sfrutta la dilatazione temporale relativistica per far invecchiare i personaggi a velocità diverse a seconda di dove si trovano nello spazio; Dunkirk (2017) intreccia tre linee temporali (una settimana, un giorno, un'ora) che convergono solo nel finale. Per non parlare di Tenet (2020)…

Insomma, Nolan ama la complessità. Ma dietro a questa complessità c'è un'idea ben precisa: la struttura di un film non deve limitarsi a raccontare una storia, ma soprattutto far provare allo spettatore l'esperienza soggettiva di chi la vive (la confusione di chi non ha memoria, il senso di vertigine di chi si muove tra livelli di realtà, la relatività del tempo per chi viaggia nello spazio).

Ma tutti questi esempi lavorano sulla struttura narrativa e basta: se si vanno a leggere le sceneggiature, a livello formale tutto è scritto come richiede una sceneggiatura classica, tutto, insomma, è scritto in terza persona.

Con Oppenheimer, Nolan rompe anche questa convenzione, ma non lo fa in modo uniforme: la sceneggiatura del film, infatti, è divisa in due blocchi con uno statuto diverso:

  • Le sequenze che seguono il punto di vista soggettivo di Oppenheimer e che nel film compongono la parte più corposa del racconto, portano il nome in codice "Fission" e sono scritte in prima persona.

  • Le sequenze che raccontano invece il processo pubblico contro Lewis Strauss (Robert Downey Jr. da un punto di vista più oggettivo e distaccato, portano il nome in codice "Fusion" e restano scritte secondo lo standard classico, in terza persona.

Non è quindi un capriccio totale: è una scelta di sceneggiatura funzionale a una precisa distinzione di registro, tenuta com'è tipico di Nolan sotto un rigido controllo strutturale, anche quando sembra spingersi fuori dalle regole.

Sceneggiatura prima e terza persona singolare - Oppenheimer vs Wiplash

A spiegare la scelta è stato lo stesso Nolan in un'intervista a Empire: secondo il regista, la motivazione non è stata stilistica fine a sé stessa, ma nasceva da un problema molto concreto che il cinema fatica storicamente a risolvere: come si mette in scena l'intelligenza, il genio, il pensiero di qualcuno?

Il cinema ha sempre avuto difficoltà a rappresentare l'intelligenza senza perdere il coinvolgimento dello spettatore. Scrivere dal punto di vista interno di Oppenheimer è stato un modo per entrare davvero nella testa dell'uomo che ha reinventato la fisica del suo tempo, invece di limitare a mostrarlo dall'esterno mentre lo fa.

C'è poi una seconda ragione, più legata al set che alla pagina: Nolan racconta di essersi spinto a usare la voce di Oppenheimer perfino per le indicazioni di regia, la descrizione dei personaggi e i dettagli dell'ambientazione, e di aver percepito la cosa come strana ma utile, un promemoria per sé stesso su come girare ogni scena.

In altre parole, la prima persona è stata pensata come strumento di lavoro per la troupe: un modo per ricordare, scena per scena, di chi fosse lo sguardo attraverso cui il pubblico stava vivendo quel momento. E qui torna, sorprendentemente, la stessa logica "industriale" che nell'Ottocento aveva portato alla nascita della sceneggiatura: la terza persona era nata per tenere insieme, in un solo documento, le informazioni utili a tutti (attori, regista, troupe). Nolan, paradossalmente, usa la prima persona per lo stesso scopo pratico: coordinare una troupe enorme. Lo fa semplicemente ribaltando la domanda: non più "cosa deve sapere ognuno per fare il proprio lavoro", ma "attraverso gli occhi di chi stiamo guardando in questo preciso momento".

Ha senso cambiare la regola?

Torniamo alla domanda che ci eravamo posti all'inizio: ha senso infrangere una convenzione così radicata?

Beh…dipende da cosa si sta cercando di ottenere: Nolan non ha scritto in prima persona per originalità fine a sé stessa, né per sfidare gratuitamente una regola scomoda, ma l'ha fatto perché il film stesso chiedeva quel punto di vista: un film che vuole far vivere allo spettatore l'esperienza soggettiva di un uomo dilaniato da un paradosso morale (costruire l'arma più distruttiva della storia per, paradossalmente, provare a salvare il mondo) trova nella prima persona uno strumento coerente con il proprio obiettivo, esattamente come Memento trovava nella struttura a ritroso il modo più efficace per raccontare l'amnesia del suo protagonista.

E non è un caso che Nolan abbia comunque tenuto la terza persona per le scene "Fusion": lì, dove la storia si allontana dallo sguardo interiore di Oppenheimer per raccontare i fatti pubblici del processo Strauss, la convenzione classica torna a essere la scelta più efficace. La regola, insomma, non è stata abolita: è stata piegata, in un punto preciso, a un'esigenza narrativa specifica.

Conclusioni

È lo stesso principio che regge da sempre l'evoluzione degli strumenti del cinema, quello con cui abbiamo aperto questo articolo: la forma non cambia per il gusto di cambiare, ma quando smette di servire la storia che si vuole raccontare. La fotografia non ha sostituito la pittura, l'ha costretta a chiedersi cosa sapesse fare che una macchina non potesse fare. Il sonoro non ha ucciso il cinema muto, gli ha aggiunto un registro che Chaplin stesso avrebbe poi imparato a usare. E la sceneggiatura in prima persona di Oppenheimer non cancella un secolo di terza persona: dimostra semplicemente che anche la regola più intoccabile può, in un caso specifico e per una ragione precisa, essere messa in discussione.

Forse è proprio questo il punto che accomuna Baudelaire, Sennett, Chaplin e chiunque altro si sia opposto a un cambiamento: non si resiste al nuovo strumento in sé, ma al rischio che quello strumento smetta di servire ciò per cui era nato. Finché una regola (anche la più radicata) continua a essere piegata per raccontare meglio una storia, e non solo per il gusto di romperla, il mondo del cinema può permettersi di infrangerla. Anche solo per novantasei pagine su Fissione e Fusione.

Autore dell'articolo
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Lorenzo Carapezzi

La scrittura è al centro della mia vita professionale. Creo storie originali e insegno sceneggiatura a giovani talenti, aiutandoli a trasformare idee in trame e personaggi memorabili. Per me, la sceneggiatura è un'arte e una passione quotidiana.