Sceneggiatura Happiness (2013): Pagina uno
Felicità (Happiness) è un film del 1998 scritto e diretto da Todd Solondz.
Le storie di Solondz sono corali e frammentarie, spesso ambientante nella vita provinciale americana. Lì, le famiglie e gli individui appaiono apparentemente ordinari, ma dietro nascondono dolori come la solitudine, la frustrazione, desideri e pulsioni che la società difficilmente digerisce.
I personaggi non sono supereroi o eroi con la E maiuscola, ma persone comuni, emarginati, inadeguati e incapaci di trovare un posto nel mondo. Le loro varie storie che si intrecciano, spesso casualmente, diventano il centro di una narrazione che mette in crisi l’idea stessa di normalità.
Ma l’elemento più distintivo delle storie di Solondz è il netto contrasto tra ciò che viene raccontato e come viene raccontato: l’umorismo nero (dark comedy) è il genere prediletto, che permette di raccontare situazioni disturbanti o tragiche in modo impassibile.
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Sceneggiatura completa di Happiness
Logline
In una tranquilla periferia americana, tre sorelle e i loro vicini inseguono la felicità, scoprendo che dietro ogni desiderio si nasconde qualcosa di profondamente disturbante.
Pagina uno
La prima immagine
Il film si apre con una notizia devastante per Andy (Jon Lovitz): Joy (Jane Adams) ha deciso di interrompere la loro relazione. Joy, nonostante il rifiuto, si mostra gentile e premurosa, chiedendo ad Andy se stia bene; le sue parole, però, contrastano con il suo sguardo e con la situazione che ha appena creato. La scena introduce immediatamente uno dei temi centrali di Happiness: lo scarto tra apparenza e realtà.
Andy, inoltre, è imbarazzato perché ha con sé un regalo per lei: un posacenere da collezione con il suo nome. Quello che dovrebbe essere un gesto d'amore e di attenzione diventa, nel giro di pochi istanti, il simbolo della sua umiliazione. Quando Andy comprende definitivamente di essere stato rifiutato, l'oggetto cambia significato e il gesto affettuoso si trasforma in un atto aggressivo.
Questa trasformazione racchiude in forma concentrata la drammaturgia dell'intero film: un desiderio genera un'aspettativa, l'aspettativa viene frustrata e la frustrazione produce dolore, rabbia e violenza.
La scena è inoltre esemplare dello stile di Solondz perché evita deliberatamente il melodramma: non ci sono grandi esplosioni emotive né indicazioni esplicite su come lo spettatore debba interpretare ciò che accade. La situazione viene osservata con distanza, producendo una sensazione straniante in cui il comico e il perturbante convivono. Possiamo ridere dell'imbarazzo di Andy e, nello stesso momento, percepire la profondità della sua sofferenza; possiamo provare empatia per lui e subito dopo essere costretti a prendere le distanze dal suo comportamento. Solondz impedisce così allo spettatore di collocarsi comodamente dalla parte di un personaggio: i suoi protagonisti non sono semplicemente buoni o cattivi, ma individui che desiderano qualcosa e reagiscono alla frustrazione di quel desiderio.