logo
Pictures Writers
By Lorenzo Carapezzi / Aggiornato circa un'ora fa / Sceneggiatura

Un giallo anomalo: il Tenente Colombo

Uno dei generi più letti in narrativa è il poliziesco. Leonardo Sciascia, una delle più grandi figure letterarie del Novecento italiano ed europeo, nel suo saggio Cruciverba, tenta di spiegare tale motivo affermando che il giallo, a differenza di altri generi, non intrattiene solamente, ma lo fa mettendo il lettore in uno spazio mentale dove può interrogarsi sul male, sulla colpa e sulla verità senza esserne travolto.

..............................................................................

Per capire l'unicità di Colombo, prima dobbiamo analizzare come funziona il giallo classico, quali sono i suoi elementi. Solo così possiamo comprendere appieno la vera sovversione del Tenente Colombo: una detection non più whodunit ma howcatchem.

FOTO.

Una breve storia del giallo

Nell’aprile del 1841, sulle pagine del The Graham's Magazine di Filadelfia, appare uno strano caso di omicidio: in un vecchio appartamento al quarto piano di uno stabile in Rue Morgue a Parigi vengono ritrovate un’anziana signora orrendamente mutilata alla gola e la figlia strangolata e nascosta nella cappa del camino. Il mistero si infittisce ancora di più quando si scopre che la porta e le finestre dell’appartamento erano perfettamente chiuse dall’interno al momento del rinvenimento dei corpi. Oltre alle grida delle due vittime, i vicini raccontano di aver udito imprecazioni di un uomo che parlava francese e un’altra voce, molto più acuta e che parlava una lingua incomprensibile.

La polizia brancola nel buio e ha bisogno di trovare nel più presto possibile un assassino. Viene arrestata una persona. Ormai tutti sono convinti che il caso sia risolto. Tutti, tranne per il parigino Auguste Dupin, un parigino di famiglia ricca appassionato di geroglifici ed enigmi. Grazie a degli agganci con il prefetto di polizia, Dupin riesce ad effettuare un sopralluogo sulla scena del delitto. Lì scoprirà la verità (ci dispiace non continuare, ma non vogliamo spoilerare: prima regola del Pictures Writers).

Questa è l'introduzione della breve storia I delitti della Rue Morgue (The Murders in the Rue Morgue, 1841), scritta dal maestro dell'orrore e della suspense Edgar Allan Poe. Lo scrittore e poeta statunitense introduce il modello dell’investigatore razionale che, attraverso la logica e l’analisi, ricostruisce il delitto come un problema matematico. Il giallo nasce dunque come esercizio dell’intelligenza, fondato sulla deduzione.

Il genere si consolida in Francia e in Inghilterra: da un lato la tradizione francese si concentra sull’ambiente sociale; dall’altro lato, gli inglesi sono più legati all'enigma e al gioco logico. Seguendo questo secondo filone, nasce l'investigatore più famoso della letteratura: Sherlock Holmes, simbolo dell’investigatore-scienziato che domina la realtà con il metodo deduttivo.

Secondo Sciascia, però, nonostante la grande fama di Sherlock Holmes (creato da sir Arhur Conan Doyle) o Hercules Poirot (creato dalla geniale Agatha Christie), il giallo cambia profondamente con un altro investigatore: Maigret, il commissario ideato dalla penna di George Simenon. Il giallo non è più soltanto logica, ma diventa un'indagine sull'uomo e sulla società. Infatti, Maigret non si limita a risolvere enigmi, ma cerca di comprendere il contesto umano, le motivazioni profonde e il "clima morale" in cui nasce il delitto.

Ci sarebbe ancora tanto da dire sull'evoluzione del giallo, sia nella letteratura che nell'audiovisivo, ma il nostro focus di oggi si concentra su altro. Da questa breve introduzione, però, possiamo trarre un elemento fondamentale, che rende il giallo uno dei generi più umani per noi lettori: il giallo ci promette una soluzione, ma nel frattempo ci costringe a confrontarci con l’irrazionalità, le contraddizioni e le zone d’ombra dell’essere umano. Non a caso Sciascia non ha mai considerato il romanzo poliziesco un genere minore, ma una forma moderna di indagine sulla verità. Anzi, non è più un genere e basta: diventa strumento critico per comprendere la realtà contemporanea.

Gli elementi di un giallo

Non entreremo nel dettaglio di ogni sfumatura del genere: ora ci limitiamo ad individuare quegli elementi imprescindibili che un giallo deve avere per essere definito tale. Elementi che gli sono propri e che, se assenti, fanno sì che la storia smetta di essere un giallo.

È quasi lapalissiano dirlo, ma il motore dell'intera vicenda è, per la maggior parte, un omicidio (non troppo spesso, invece, si tratta di un crimine qualsiasi). Al centro della vicenda c'è sempre una vittima, il cui ruolo va però oltre il semplice subire il crimine: è la chiave per decifrare il movente. Il suo passato, le sue relazioni e i segreti che porta sono elementi fondamentali per l'investigatore, impegnato nella caccia al colpevole, il quale, a sua volta, si nasconde mescolato tra gli indiziati.

FOTO.

Questi elementi si dispongo dentro una struttura narrativa ormai consolidata:

  1. Tutto parte dalla situazione iniziale: un apparente stato di normalità che introduce ambientazione e personaggi, e che spesso nasconde già le tensioni destinate a esplodere. È qui che si inserisce il crimine, l'evento scatenante che segna il punto di non ritorno e dà ufficialmente il via all'indagine.

  2. Entra quindi in scena l'investigatore, che raccoglie le prime informazioni: sopralluogo, testimonianze, prima impressione della scena del crimine. Da qui si apre la fase delle indagini, la più estesa della storia: interrogatori, ricerca di prove, verifica degli alibi. È il momento in cui vengono disseminati gli indizi autentici, ma anche — ed è qui che il gioco si fa interessante — le false piste: elementi costruiti apposta per sviare investigatore e lettore, spingerli verso il sospettato sbagliato e prolungare la tensione fino alla soluzione.

  3. Il percorso, però, raramente è lineare: le complicazioni — un secondo delitto, una rivelazione inattesa, un sospettato creduto fuori causa che rientra in gioco — infittiscono il mistero prima che questo possa dipanarsi. Si arriva così al punto di svolta, quel momento in cui l'investigatore intuisce la soluzione, spesso grazie a un dettaglio già notato ma non ancora interpretato nel modo giusto.

  4. Tutto converge infine nella rivelazione, il momento clou in cui il colpevole viene smascherato attraverso una ricostruzione logica che ricompone ogni indizio raccolto lungo la strada. Chiude il cerchio la risoluzione, l'epilogo in cui si consumano le conseguenze del disvelamento: la giustizia (o la sua assenza), il destino del colpevole, la chiusura dei fili narrativi secondari.

In soldoni, lettore e investigatore camminano sullo stesso binario: hanno accesso agli stessi indizi, agli stessi falsi indizi, agli stessi sospettati. Nessuno dei due sa, fino alla fine, chi sia il colpevole — ed è proprio questa parità di informazioni a tenere viva la suspense fino alla soluzione.

Un giallo non più whodunit, ma howcatchem: il Tenente Colombo

Alla fine degli anni Cinquanta, due studenti universitari di economia dell’Università della Pennsylvania, Richard Levinson e William Link, ebbero un’idea apparentemente semplice e, per l’epoca, piuttosto radicale: creare una storia poliziesca in cui lo spettatore conoscesse l’assassino fin dall’inizio.

Niente più mistero sulla sua identità. Niente più gara a indovinare chi è stato?

Lo spettatore assiste all’omicidio e vede l’assassino compiere il delitto. Ma non solo: conosce anche ciò che viene prima e dopo l’omicidio. Sa qual è il movente, conosce l’arma utilizzata e può vedere le strategie con cui il colpevole cerca di cancellare le proprie tracce e costruire una falsa versione dei fatti.

In criminologia investigativa questa operazione può essere definita staging, cioè la messa in scena della scena del crimine con l’obiettivo di depistare le indagini.

Nasce così un meccanismo narrativo completamente diverso dal classico whodunit, il “chi è stato?”. Il suo rovesciamento viene spesso definito howcatchem, una contrazione di how catch 'em: non ci chiediamo più chi sia l’assassino, ma come farà l’investigatore a smascherarlo.

È una differenza apparentemente piccola, ma cambia completamente il rapporto tra pubblico e detective.

Nel whodunit, lo spettatore segue l’investigatore mentre ricostruisce il puzzle: gli indizi sono nascosti e la soluzione deve essere scoperta.

Nell’howcatchem, invece, il puzzle è già davanti ai nostri occhi. Noi conosciamo la soluzione, mentre il detective no. E allora il piacere dell’indagine cambia: non consiste più nello scoprire l’assassino, ma nel vedere l’investigatore smontare, pezzo dopo pezzo, la versione dei fatti costruita dal colpevole.

È proprio su questo meccanismo che nascerà uno dei detective televisivi più celebri di sempre: il Tenente Colombo.

Levinson e Link iniziarono a sviluppare il personaggio alla fine degli anni Cinquanta, chiamandolo inizialmente Tenente Fisher. Il primo episodio, Enough Rope, andò in onda nel 1960 all’interno di The Chevy Mystery Show, con Bert Freed nel ruolo del detective. Dopo alcuni adattamenti e un passaggio teatrale, il progetto si fermò temporaneamente.

Nel 1965 arrivò Peter Falk, che convinse gli autori a rivedere il personaggio e a trasformare Fisher nel futuro Columbo, diventato Colombo nella versione italiana.

Il primo film televisivo con Falk, Prescrizione assassinio, andò in onda nel 1968. La serie vera e propria iniziò invece nel 1971, con Riscatto per un uomo morto come secondo episodio pilota e, nel settembre dello stesso anno, con Un giallo da manuale, dando ufficialmente il via alla serie destinata a rendere Colombo uno dei detective più celebri della televisione.

La struttura narrativa era ormai chiarissima: prima vediamo il delitto, poi vediamo l’indagine.

All’inizio dell’episodio conosciamo la vittima. Assistiamo all’omicidio e scopriamo l’identità del colpevole, il movente e le modalità con cui ha cercato di costruire il delitto perfetto. Poi entra in scena Colombo.

Ed è qui che comincia il vero gioco.

Perché Colombo non deve scoprire chi ha ucciso la vittima: lo sappiamo già noi.

Deve dimostrare come lo ha fatto.

Il suo avversario non è quindi soltanto l’assassino, ma soprattutto la sua versione dei fatti. Ogni episodio diventa una partita a scacchi in cui lo spettatore conosce tutte le mosse di un giocatore, mentre l’altro deve ricostruirle osservando piccoli dettagli, contraddizioni e comportamenti apparentemente insignificanti.

È per questo che Colombo può permettersi di essere così diverso dai grandi investigatori del giallo classico. Non ha bisogno di stupirci con una deduzione finale improvvisa: il mistero non è la soluzione, ma il percorso che conduce alla soluzione.

Anche il suo aspetto contribuisce a questo meccanismo. Colombo appare distratto, disordinato, quasi ingenuo. Non ha l’eleganza di Poirot, la sicurezza di Holmes o l’autorevolezza tradizionale del grande detective. E proprio per questo l’assassino tende a sottovalutarlo.

Ma quella che sembra goffaggine è in realtà una straordinaria capacità di osservazione.

Colombo torna continuamente sulla scena del crimine, ripete le domande, nota dettagli apparentemente insignificanti e soprattutto lascia che il sospettato parli. Non ha bisogno di mostrare subito ciò che ha capito: gli basta continuare a fare domande.

E così la celebre frase «Un’ultima cosa...» diventa quasi la dichiarazione di poetica dell’intera serie. Ogni volta che Colombo sembra andarsene, qualcosa non torna. Una piccola contraddizione riapre il caso e costringe l’assassino a fare un altro passo, fino a quando la costruzione che aveva preparato crolla.

Anche la musica contribuisce a costruire questa identità. La sigla originale della serie fu composta da Billy Goldenberg, mentre nel primo episodio il tema jazz era di Dave Grusin. Ma c’è soprattutto un altro motivo musicale diventato inseparabile dal personaggio: This Old Man, la filastrocca inglese che Colombo talvolta fischietta durante le sue indagini.

Un motivetto apparentemente innocuo, proprio come il detective che lo fischietta.

Perché questa è forse la vera rivoluzione di Colombo: non cambia soltanto il modo in cui viene raccontato un omicidio. Cambia il modo in cui guardiamo l’investigatore.

Nel giallo classico noi guardiamo il detective per scoprire la verità insieme a lui.

Con Colombo, invece, conosciamo già la verità e guardiamo il detective per capire come riuscirà a dimostrarla.

Il giallo smette così di essere soltanto un gioco sulla scoperta dell’assassino e diventa un gioco sulla costruzione della prova. Non dobbiamo più rispondere alla domanda «Chi è stato?», ma a una domanda forse ancora più interessante:

«Riuscirà il detective a dimostrare ciò che noi sappiamo già?»

Autore dell'articolo
Profile image

Lorenzo Carapezzi

La scrittura è al centro della mia vita professionale. Creo storie originali e insegno sceneggiatura a giovani talenti, aiutandoli a trasformare idee in trame e personaggi memorabili. Per me, la sceneggiatura è un'arte e una passione quotidiana.