Come il "Tenente Colombo" ha rivoluzionato il giallo
Uno dei generi più letti in narrativa è il poliziesco. Leonardo Sciascia, una delle più grandi figure letterarie del Novecento italiano ed europeo, nel suo saggio Cruciverba, tenta di spiegare tale motivo affermando che il giallo, a differenza di altri generi, non intrattiene solamente, ma lo fa mettendo il lettore in uno spazio mentale dove può interrogarsi sul male, sulla colpa e sulla verità senza esserne travolto.
C'è però anche un piacere più semplice, quasi infantile, che ci tiene incollati alla pagina: quello della sfida. Ogni giallo ci lancia la stessa domanda, «chi è stato?», e noi la raccogliamo. Seguiamo l'investigatore, raccogliamo indizi, sospettiamo di tutti, cadiamo nelle false piste e speriamo, almeno una volta, di arrivare alla soluzione prima di lui.
Ma cosa succede se quella domanda sparisce? Se l'assassino ci viene mostrato fin dai primi minuti, mentre commette il delitto?
È esattamente quello che accade in ogni episodio del Tenente Colombo (Columbo, 1969-2003). Eppure il detective con l'impermeabile stropicciato, interpretato da Peter Falk, è diventato uno dei più amati della storia della televisione. La sua serie riesce a tenerci con il fiato sospeso tanto quanto un giallo classico, pur avendo eliminato proprio l'elemento che sembrava indispensabile: il mistero sull'identità del colpevole.
Per capire l'unicità di Colombo, prima dobbiamo analizzare come funziona il giallo classico, quali sono i suoi elementi. Solo così possiamo comprendere appieno la vera sovversione del Tenente Colombo: una detection non più whodunit ma howcatchem.
Una breve storia del giallo
Nell’aprile del 1841, sulle pagine del The Graham's Magazine di Filadelfia, appare uno strano caso di omicidio: in un vecchio appartamento al quarto piano di uno stabile in Rue Morgue a Parigi vengono ritrovate un’anziana signora orrendamente mutilata alla gola e la figlia strangolata e nascosta nella cappa del camino. Il mistero si infittisce ancora di più quando si scopre che la porta e le finestre dell’appartamento erano perfettamente chiuse dall’interno al momento del rinvenimento dei corpi. Oltre alle grida delle due vittime, i vicini raccontano di aver udito imprecazioni di un uomo che parlava francese e un’altra voce, molto più acuta e che parlava una lingua incomprensibile.
La polizia brancola nel buio e ha bisogno di trovare nel più presto possibile un assassino. Viene arrestata una persona. Ormai tutti sono convinti che il caso sia risolto. Tutti, tranne per il parigino Auguste Dupin, un parigino di famiglia ricca appassionato di geroglifici ed enigmi. Grazie a degli agganci con il prefetto di polizia, Dupin riesce ad effettuare un sopralluogo sulla scena del delitto. Lì scoprirà la verità (ci dispiace non continuare, ma non vogliamo spoilerare: prima regola del Pictures Writers).
Questa è l'introduzione della breve storia I delitti della Rue Morgue (The Murders in the Rue Morgue, 1841), scritta dal maestro dell'orrore e della suspense Edgar Allan Poe. Lo scrittore e poeta statunitense introduce il modello dell’investigatore razionale che, attraverso la logica e l’analisi, ricostruisce il delitto come un problema matematico. Il giallo nasce dunque come esercizio dell’intelligenza, fondato sulla deduzione.
Il genere si consolida in Francia e in Inghilterra: da un lato la tradizione francese si concentra sull’ambiente sociale; dall’altro lato, gli inglesi sono più legati all'enigma e al gioco logico. Seguendo questo secondo filone, nasce l'investigatore più famoso della letteratura: Sherlock Holmes, simbolo dell’investigatore-scienziato che domina la realtà con il metodo deduttivo.
Secondo Sciascia, però, nonostante la grande fama di Sherlock Holmes (creato da sir Arhur Conan Doyle) o Hercules Poirot (creato dalla geniale Agatha Christie), il giallo cambia profondamente con un altro investigatore: Maigret, il commissario ideato dalla penna di George Simenon. Il giallo non è più soltanto logica, ma diventa un'indagine sull'uomo e sulla società. Infatti, Maigret non si limita a risolvere enigmi, ma cerca di comprendere il contesto umano, le motivazioni profonde e il "clima morale" in cui nasce il delitto.
Ci sarebbe ancora tanto da dire sull'evoluzione del giallo, sia nella letteratura che nell'audiovisivo, ma il nostro focus di oggi si concentra su altro. Da questa breve introduzione, però, possiamo trarre un elemento fondamentale, che rende il giallo uno dei generi più umani per noi lettori: il giallo ci promette una soluzione, ma nel frattempo ci costringe a confrontarci con l’irrazionalità, le contraddizioni e le zone d’ombra dell’essere umano. Non a caso Sciascia non ha mai considerato il romanzo poliziesco un genere minore, ma una forma moderna di indagine sulla verità. Anzi, non è più un genere e basta: diventa strumento critico per comprendere la realtà contemporanea.
Gli elementi di un giallo
Non entreremo nel dettaglio di ogni sfumatura del genere: ora ci limitiamo ad individuare quegli elementi imprescindibili che un giallo deve avere per essere definito tale. Elementi che gli sono propri e che, se assenti, fanno sì che la storia smetta di essere un giallo.
Prossimamente uscirà un nuovo articolo interamente dedicato al giallo: i suoi elementi fondamentali, le funzioni di ogni archetipo, il ruolo dell'ambientazione e i meccanismi di ritmo e struttura che caratterizzano una detection story.
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È quasi lapalissiano dirlo, ma il motore dell'intera vicenda è, per la maggior parte, un omicidio (non troppo spesso, invece, si tratta di un crimine qualsiasi). Al centro della vicenda c'è sempre una vittima, il cui ruolo va però oltre il semplice subire il crimine: è la chiave per decifrare il movente. Il suo passato, le sue relazioni e i segreti che porta sono elementi fondamentali per l'investigatore, impegnato nella caccia al colpevole, il quale, a sua volta, si nasconde mescolato tra gli indiziati.
Questi elementi si dispongo dentro una struttura narrativa ormai consolidata:
Tutto parte dalla situazione iniziale: un apparente stato di normalità che introduce ambientazione e personaggi, e che spesso nasconde già le tensioni destinate a esplodere. È qui che si inserisce il crimine, l'evento scatenante che segna il punto di non ritorno e dà ufficialmente il via all'indagine.
Entra in scena l'investigatore, che raccoglie le prime informazioni: sopralluogo, testimonianze, prima impressione della scena del crimine. Si apre la fase delle indagini, la più estesa della storia: interrogatori, ricerca di prove, verifica degli alibi. È il momento in cui vengono disseminati gli indizi autentici, ma anche le false piste: elementi costruiti apposta per sviare investigatore e spettatore, spingerli verso il sospettato sbagliato e prolungare la tensione fino alla soluzione.
Il percorso, però, raramente è lineare: le complicazioni (un secondo delitto, una rivelazione inattesa, un sospettato creduto fuori causa che rientra in gioco) infittiscono il mistero prima che questo possa dipanarsi. Si arriva così al punto di svolta, quel momento in cui l'investigatore intuisce la soluzione, molto spesso grazie a un dettaglio già notato ma non ancora interpretato nel modo giusto.
Tutto converge infine nella rivelazione, il momento clou in cui il colpevole viene smascherato attraverso una ricostruzione logica che ricompone ogni indizio raccolto lungo la strada. Chiude il cerchio la risoluzione, l'epilogo in cui si consumano le conseguenze del disvelamento: la giustizia (o la sua assenza), il destino del colpevole, la chiusura dei fili narrativi secondari.
In soldoni, lettore e investigatore camminano sullo stesso binario: hanno accesso agli stessi indizi, agli stessi falsi indizi, agli stessi sospettati. Nessuno dei due sa, fino alla fine, chi sia il colpevole, ed è proprio questa parità di informazioni a tenere viva la suspense fino alla soluzione.
Un giallo non più whodunit, ma howcatchem: il Tenente Colombo
Alla fine degli anni Cinquanta, due studenti universitari di economia dell’Università della Pennsylvania, Richard Levinson e William Link, ebbero un’idea apparentemente semplice e, per l’epoca, piuttosto radicale: creare una storia poliziesca in cui lo spettatore conoscesse l’assassino fin dall’inizio.
Niente più mistero sulla sua identità. Niente più gara a indovinare chi è stato.
Lo spettatore assiste all’omicidio in diretta. Ma non solo: conosce anche ciò che viene prima e dopo l’omicidio. Sa qual è il movente, conosce l’arma utilizzata e può vedere le strategie con cui l'assassino cerca di cancellare le proprie tracce e costruire una falsa versione dei fatti.
In criminologia investigativa questa operazione può essere definita staging, cioè la messa in scena della scena del crimine con l’obiettivo di depistare le indagini.
Nasce così un meccanismo narrativo completamente diverso dal classico whodunit, il “chi è stato?”. Il suo rovesciamento viene definito howcatchem, una contrazione di how catch 'em: non ci chiediamo più chi sia l’assassino, ma come farà l’investigatore a smascherarlo.
È una differenza apparentemente piccola, ma cambia completamente il rapporto tra detective e spettatore e il piacere di quest'ultimo:
Nel whodunit, lo spettatore segue l’investigatore mentre ricostruisce il puzzle: gli indizi sono nascosti e la soluzione deve essere scoperta.
Nell’howcatchem, invece, il puzzle è già davanti ai nostri occhi. Noi conosciamo la soluzione, mentre il detective no. E allora il piacere dell’indagine cambia: non consiste più nello scoprire l’assassino, ma nel vedere l’investigatore smontare, pezzo dopo pezzo, la versione dei fatti costruita dal colpevole.
È proprio su questo meccanismo che nasce uno dei detective televisivi più celebri di sempre: il Tenente Colombo.
La struttura di un episodio
Negli anni Sessanta e Settanta le serie televisive funzionavano in modo molto diverso da come le intendiamo oggi. La struttura era quella verticale: ogni episodio era autoconclusivo e slegato da quello precedente e da quello successivo. Si poteva accendere la televisione in qualsiasi momento della stagione e seguire la storia senza aver visto nulla prima.
Abbiamo visto prima come si articola un giallo classico. Ora proviamo a smontare un episodio alla Colombo, fase per fase:
Il mondo dell'assassino
Il protagonista di questa prima parte non è il detective, ma il futuro assassino. Lo vediamo nel suo ambiente, al lavoro, nelle sue relazioni. Quasi sempre è una persona ricca, colta, rispettata: un medico, un avvocato, uno scrittore, un direttore d'orchestra, un dirigente, qualcuno abituato a controllare tutto e a essere il più intelligente nella stanza.
In questa fase conosciamo anche la vittima e capiamo cosa lega i due: un ricatto, un tradimento, un'eredità, una carriera in pericolo. Il movente ci viene servito su un piatto d'argento.
Il delitto perfetto
Poi arriva l'omicidio, e lo vediamo con i nostri occhi. Ma il crimine in sé è solo una parte di questa fase. L'assassino di Colombo non uccide d'impulso: pianifica. Costruisce un alibi, sposta oggetti, falsifica orari, prepara la messa in scena che deve convincere la polizia di una verità diversa da quella reale.
Noi spettatori assistiamo a tutto e diventiamo, in un certo senso, complici. Sappiamo dove sono nascoste le carte e conosciamo ogni dettaglio dell'inganno. Ed è proprio questo a rendere così interessante ciò che viene dopo.
Ecco arrivare Colombo
È passato circa un quarto d'ora dall'inizio dell'episodio e finalmente vediamo arrivare il nostro Tenente Colombo. Il suo ingresso non è mai trionfale: Colombo compare con il suo impermeabile spiegazzato, un sigaro in mano e l'aria di chi ha dormito poco. Il suo sguardo da detective non è indirizzato subito sulla scena del crimine, ma, essendo umano quanto noi, è interessato di più ad un dettaglio insignificante.
Eppure è proprio qui che nota la prima cosa fuori posto. Un'incongruenza minuscola, che l'assassino non ha previsto e che noi spettatori, pur sapendo tutto, magari non avevamo colto.
Il duello
Comincia allora la fase centrale e più lunga dell'episodio, l'equivalente delle indagini nel giallo classico. Qui però la dinamica è completamente diversa. Non ci sono sospettati da interrogare uno dopo l'altro, perché il sospettato, di fatto, è uno solo.
È un gioco del gatto con il topo. Colombo si presenta continuamente dall'assassino, a casa, in ufficio, sul set, lo coinvolge, gli chiede consigli, a volte gli confida i propri dubbi come se parlasse con un collega. L'assassino, sicuro di sé, sta al gioco: offre spiegazioni, suggerisce piste alternative, in alcuni casi si diverte persino a "aiutare" il tenente.
Anche qui non mancano le complicazioni. A volte il colpevole è costretto a commettere un secondo delitto per coprire il primo; altre volte sembra che Colombo sia finito in un vicolo cieco. Ogni mossa dell'assassino, però, lo espone un po' di più.
La crepa
È il punto di svolta. Non è un'illuminazione improvvisa, come accade con Holmes o Poirot, ma il risultato di un lavoro paziente: Colombo ha raccolto abbastanza contraddizioni da essere certo della colpevolezza dell'assassino. Ne è convinto da tempo, in realtà, e spesso lo lascia capire senza mai dirlo apertamente.
Il problema è che la certezza non basta. Serve una prova, e l'assassino è stato abbastanza bravo da non lasciarne di evidenti.
La trappola
Ed è qui che si consuma la vera rivelazione. Molto spesso Colombo non trova la prova: la costruisce. Prepara una situazione in cui l'assassino, convinto di avere ancora il controllo, compie l'ultimo passo falso e si tradisce da solo, magari correggendo un dettaglio che solo il colpevole poteva conoscere.
È il momento clou dell'episodio. Non c'è il classico salotto con tutti i sospettati riuniti, non c'è il lungo monologo del detective che ricompone il puzzle. C'è un confronto a due, spesso pacato, quasi cordiale.
L'epilogo
La risoluzione è brevissima, a volte di pochi secondi. L'assassino capisce di aver perso e, in molti casi, riconosce il valore dell'avversario che aveva sottovalutato fin dal primo incontro. Non vediamo il processo né la condanna. L'episodio si chiude quando la partita a scacchi finisce: scacco matto.
Confrontando Colombo con la struttura del classico giallo, notiamo che le fasi della storia coincidono: c'è la situazione iniziale, poi il crimine, le indagini, le complicazioni, infine la svolta e le rivelazioni finali, con l'epilogo che segue.
Cambia, però, il punto di vista e, soprattutto, l'origine della tensione narrativa: nel whodunit la tensione nasce da ciò che non sappiamo; in Colombo e nel howcatchem nasce da ciò che sappiamo e che il detective deve ancora dimostrare.
Ma perché questo nuovo tipo di tensione ha funzionato così tanto tanto da rendere Colombo una delle serie più riconoscibili e amate di quegli anni?
Dalla sorpresa alla suspance
In una famosissima intervista (poi diventato libro) fatta ad Alfred Hitchcock da François Truffaut, il regista britannico spiega la differenza tra sorpresa e suspance attraverso un esempio: immaginiamo due persone sedute a un tavolo che chiacchierano del più e del meno. All'improvviso esplode una bomba nascosta sotto il tavolo. Lo spettatore sobbalza, ma la sorpresa dura pochi secondi. Ora immaginiamo la stessa scena, ma con una differenza: prima della conversazione mostriamo allo spettatore la bomba e il timer che scorre. I due personaggi continuano a chiacchierare, ignari, e ogni battuta, anche la più banale, diventa insopportabile. Vorremmo urlare di andarsene. Questa è la suspense.
Pochi anni dopo, nel 1958, Orson Welles portò questa idea sullo schermo in una delle scene d'apertura più famose della storia del cinema, quella de L'infernale Quinlan (Touch of Evil, 1958). Il film comincia con un dettaglio: una mano imposta il timer di una bomba. Un uomo la nasconde nel bagagliaio di un'auto, poi si allontana. Poco dopo una coppia sale in macchina e parte, ignara, attraverso le strade affollate di una cittadina al confine tra Messico e Stati Uniti. La macchina da presa la segue senza mai staccare, in un unico, lunghissimo piano sequenza di oltre tre minuti. L'auto rallenta, si ferma, riparte, incrocia una giovane coppia di sposi a passeggio, si ferma al posto di frontiera per i controlli. I doganieri scambiano due chiacchiere. La donna in macchina si lamenta di un ticchettio. E noi, per tutto il tempo, non riusciamo a pensare ad altro che a quel timer. Welles non ci mostra un solo secondo del conto alla rovescia, ma non ce n'è bisogno: la bomba l'abbiamo vista, e tanto basta a trasformare una normale scena di strada in un'attesa insopportabile.
La differenza sta tutta in un'informazione: nella sorpresa lo spettatore sa meno dei personaggi, nella suspense sa di più.
Nel giallo classico, tutto è costruito sulla sorpresa: la storia prepara il momento della rivelazione, quando il detective indica il colpevole e il lettore scopre di essere stato ingannato fino all'ultimo. È un'esplosione improvvisa, e per arrivarci bisogna tenere il lettore al buio.
Colombo, invece, è costruito sulla suspense: il timer impostato per la bomba la vediamo subito, attraverso il delitto, il movente, l'alibi, la messa in scena. Da quel momento sappiamo più del tenente e, in un certo senso, più di chiunque altro nella storia tranne l'assassino. Ogni volta che Colombo entra in una stanza, si ferma su un dettaglio o torna indietro con il suo Un'ultima cosa..., sentiamo il timer che scorre. Sappiamo che la bomba esploderà. Non sappiamo quando, né come, ma sappiamo che succederà.
Questo passaggio dalla sorpresa alla suspense cambia anche la posizione di chi guarda. Ed è qui che ci torna utile Sciascia: negli scritti raccolti ne Il metodo di Maigret, lo scrittore riflette sul piacere del giallo e lo collega alla passività del lettore: chi legge un poliziesco si lascia guidare dall'investigatore, assiste all'indagine senza dover fare nulla. È il detective a pensare, a collegare, a sbagliare e a correggersi.
Colombo non rinuncia a questa passività, ma la trasforma. Nel whodunit lo spettatore è passivo ma al buio: segue il detective senza sapere dove lo porterà e aspetta la sorpresa finale. Nel howcatchem è sì passivo, ma in una posizione privilegiata: ha già visto la bomba. Non deve indovinare nulla, non deve tenere a mente sospettati e alibi. Può sedersi e guardare l'indagine dall'alto. Proprio per questo ogni mossa diventa più carica di tensione.
C'è però un altro effetto della suspense, forse il più importante. Quando lo spettatore conosce la verità non resta neutrale: sceglie da che parte stare. E, nel caso di Colombo, la scelta è facile.
Anche qui Sciascia ci aiuta. Se con Maigret il giallo era diventato un'indagine sull'uomo e sulla società, Colombo racconta a modo suo un conflitto sociale: da una parte ci sono gli assassini, che sono ricchi, eleganti, potenti, convinti che la loro intelligenza e la loro posizione li mettano al di sopra della legge; dall'altra c'è un tenente con l'impermeabile logoro, una vecchia auto scassata e una moglie sempre citata e mai vista, che sembra arrivato da un altro mondo e che tutti, assassino compreso, sottovalutano.
Nel giallo classico tifiamo per la verità. In Colombo tifiamo per un uomo. Il piacere più grande non è scoprire chi è stato, ma vedere il più umile dei detective vincere la partita contro il più brillante degli avversari.
Conclusione
Da Poe a Simenon, il giallo ha sempre promesso al lettore una cosa sola: la verità, svelata all'ultima pagina. Colombo ha avuto il coraggio di rompere questa promessa e di consegnarci la verità all'inizio. Il risultato non è stato un giallo senza mistero. È stato un giallo con un mistero diverso: non più chi ha ucciso, ma come verrà incastrato.
Sciascia vedeva nel poliziesco uno strumento per interrogarsi sul male, sulla colpa e sulla verità. Colombo aggiunge una domanda in più: cosa succede quando la verità la conosciamo già, e dobbiamo solo aspettare che qualcuno riesca a dimostrarla? La risposta sta in quell'impermeabile stropicciato, in quel sigaro mezzo spento, in quella voce che, proprio quando l'assassino pensa di averla fatta franca, si volta sulla soglia e dice:
Un'ultima cosa...