Microdramas: il nuovo fenomeno audiovisivo
Una volta, guardare un film era un'operazione semplice: ci si sedeva su una sedia, una poltrona o un divano e si guardava lo schermo del cinema, della televisione o un'immagine proiettata su un muro. Oggi, invece, lo schermo non è più solo uno: un recente studio di YouGov, istituto di ricerca internazionale specializzato in sondaggi online, analisi dei dati e ricerche di mercato, afferma che il 76% degli statunitensi utilizza il proprio cellulare o un altro device almeno una volta mentre guarda un film (a casa).
Oggi come oggi sembra impossibile guardare un film senza cercare una distrazione anche solo momentanea. Il filosofo Byung-Chul Han ha osservato che stiamo progressivamente perdendo la capacità di concentrarci a lungo su una sola cosa, perché la nostra attenzione tende a saltare continuamente da uno stimolo all'altro.
Questa condizione influenza a sua volta i prodotti che vengono consumati: nel 2023, durante gli scioperi dei sindacati SAG-AFTRA, la showrunner, attrice e attivista Justine Bateman, in un'intervista al TV's Top 5 podcast di Hollywood Reporter, parlando dell'impatto dell'intelligenza artificiale sull'industria cinematografica, ha sottolineato il problema della semplificazione delle sceneggiature e dei dialoghi per favorire il modello della visione da secondo schermo. Ma anche in una recente conversazione tra Matt Damon e Ben Affleck, ospiti da Joe Rogan, viene fuori che la struttura narrativa di un film è molto cambiata:
Il modello standard che avevamo imparato prevedeva di spendere la maggior parte dei soldi per gli effetti speciali nel terzo atto, il gran finale. Ora invece deve avvenire nelle primissime scene, per catturare subito l'attenzione.
[…] Ci è stato detto che ripetere la trama tre o quattro volte nei dialoghi non sarebbe stato un errore, perché le persone stanno al cellulare mentre guardano i film.
Viviamo immersi in un flusso continuo di notifiche, messaggi, video, immagini e feed: la nostra giornata si presenta ormai come un mosaico di frammenti, ed è naturale che ci ritroviamo ad avere una predilezione per contenuti costruiti sullo stesso principio: storie che non richiedono impegno. In una parola: microdrama. Ma che cosa sono e come sono strutturati?
Un concorso tutto per loro
Possono sembrare un fenomeno piccolo e che non ci deve interessare, eppure all'83ª Mostra del Cinema di Venezia, l'Associazione Produttori Audiovisivi (APA) ha presentato la terza edizione dell'Italian Global Series, in programma tra Rimini e Riccione dal 2 al 10 luglio 2027. La notizia più rumorosa non riguarda le star, ma un formato: accanto alle sezioni Drama, Comedy e Limited Series arriva un concorso dedicato esclusivamente ai microdrama, con giuria e programma propri.
È la prima volta che un festival compie un passo del genere, come tiene a sottolineare Chiara Sbarigia, presidente dell'APA. La scelta può piacere o non piacere, ma non è banale: che un festival dedicato alla serialità apra le porte a storie raccontate in episodi da un minuto, girati in verticale per lo schermo di uno smartphone, è un segnale preciso. Un formato nato come intrattenimento da scroll, spesso liquidato come trash, entra così a pieno titolo nel perimetro della produzione audiovisiva "seria". Per capire come ci sia arrivato, bisogna partire dall'inizio.
Dalla Cina al mondo: le origini
I microdrama (detti anche vertical drama o short drama) nascono in Cina tra il 2018 e il 2020. Sono figli delle web novel, romanzi digitali pubblicati capitolo dopo capitolo, in cui il lettore paga per sbloccare il seguito. A farli esplodere sono state piattaforme come Douyin (la versione cinese di TikTok) e Kuaishou.
Se si analizzano i numeri, si osserva qualcosa di strabiliante: solo nel 2024, il mercato cinese dei microdrama ha toccato 7,31 miliardi di dollari, superando il box office cinematografico nazionale (6,15 miliardi), con 696 milioni di utenti e una media di 100 minuti di visione al giorno, come ricostruisce la ricercatrice Pengnan Hu per il Far East Film Festival. La sola app Hongguo contava 245 milioni di utenti mensili attivi a ottobre 2025.
Fuori dalla Cina la crescita è altrettanto rapida: nel 2025 i ricavi internazionali sono stimati tra 2,4 e 3 miliardi di dollari, con oltre 1,2 miliardi di download delle app (+135% in un anno). Gli Stati Uniti valgono il 38% dei ricavi; ReelShort e DramaBox, entrambe di matrice cinese, ne incassano da sole il 43,7%. Intanto nascono piattaforme locali: Story TV e Kuku TV in India, Vigloo in Corea del Sud, GammaTime negli USA.
Secondo il report Omdia presentato al MIPCOM CANNES, il principale mercato internazionale dell'intrattenimento e dei contenuti televisivi, il settore globale valeva circa 11 miliardi di dollari nel 2025. Le stime prevedono che i ricavi fuori dalla Cina salgano fino a 9,5 miliardi entro il 2031.
Che cos'è un microdrama?
Un microdrama non è un film breve messo in verticale: è una serie lunga spezzata in unità minuscole. Gli elementi che lo definiscono sono pochi e riconoscibili:
La durata degli episodi si aggira tra i 60 e 90 secondi, con rari picchi a 3 minuti.
Una serie contra tra i 40 e 120 episodi. Se facciamo una somma tra quantità di episodi e minuti per episodio, un prodotto microdrama dura più della media di un film.
Il formato è verticale, in 9:16. Si calcola che uno smartphone resta in verticale per il 94% del tempo d'uso e che i video verticali registrano un tasso di completamente del 76% contro i 54% dell'uso orizzontale.
Alcune app e piattaforme (in base a quelle che noi di Pictures Writers abbiamo guardato) presentano un modello economico seriale nuovo: i primi episodi sono gratuiti, poi si inizia a pagare per ogni episodio. La curiosità narrativa diventa una sequenza di micro-acquisti.
Anche questo nuovo tipo di fruizioni ha i suoi generi e tropi prediletti: vendette, differenze di classe, identità nascoste, matrimoni combinati, CEO autoritari, miliardari sotto copertura, licantropi alfa. Un repertorio codificato che permette di orientarsi in pochi secondi.
L'APA lo definisce il primo genere nativo dell'era mobile. Con Bolter e Grusin si può parlare di remediation: il microdrama non copia la serialità televisiva, ne trasferisce la promessa di una storia lunga dentro la grammatica rapida e continua dei feed social.
Scrivere in 90 secondi
Per chi scrive, il microdrama ribalta molte regole apprese nei manuali e nelle scuole di sceneggiatura. Il primo vincolo è brutale: due spettatori su tre abbandonano un video se non li cattura nei primi tre secondi. L'aggancio non è una scelta di stile, è una condizione di sopravvivenza.
Allo stesso modo, ogni episodio deve chiudersi su una domanda, una rivelazione o una minaccia: un cliffhanger permanente. Il motivo è economico prima ancora che narrativo. Come abbiamo visto, il microdrama, e con lui le aziende che lo finanziano, vive di acquisti a episodio, non a serie. È l'eredità diretta delle web novel, dove la suspense convinceva il lettore a pagare il capitolo successivo. Qui il cliffhanger non punteggia la struttura: è la struttura.
Dimentichiamo uno degli elementi più complessi nello scrivere il dialogo: il sottotesto. I dialoghi sono espliciti e non richiedono interpretazioni. non devono essere interpretate. Battute come "ti odio", "voglio vendicarmi", "non sai veramente chi sono io!" vengono definite dagli americani battute on the nose: battute dove le emozioni sono dichiarate e direttamente commentate da tutti, fornendo al pubblico un giudizio morale immediato. Per sembrare più colti, prendiamo la definizione di Umberto Eco di testo chiuso: un messaggio strutturato per imporre una sola interpretazione obbligata, rivolto a un lettore modello specifico e stereotipato di cui prevede e controlla ogni reazione.
Se i dialoghi non hanno sottotesto, figuriamoci l'arco di trasformazione di un personaggio! Il protagonista non si trasforma, ma si rivela. Più che ruoli, abbiamo delle etichette: il ladro, l'ex moglie, l'erede, la povera ragazza ecc.
Tutto questo potrebbe sembrare un limite. Secondo Pengnan Hu, invece, l'inverosimiglianza non è un difetto ma parte del fascino. Gli spettatori sanno che «questo tipo di uomo non può esistere nella vita reale», ed è proprio questa irrealtà dichiarata a concedere loro una "licenza emotiva". Molti guardano a velocità doppia, trattenendo solo apertura, chiusura e colpi di scena: chi scrive deve sapere che verrà letto così.
Luci e ombre
Il microdrama è anche un prodotto progettato per trattenere. Lo studioso B.J. Fogg ha chiamato captology lo studio delle tecnologie persuasive, e l'ecosistema dei vertical drama ne applica tutti gli strumenti: autoplay, feed potenzialmente infiniti, algoritmi che premiano il coinvolgimento, paywall calibrati sul cliffhanger. La differenza con il binge-watching tradizionale è sostanziale: lì si prosegue passivamente, qui ogni episodio in più è una piccola decisione di spesa.
C'è poi il contesto culturale: il sociologo Hartmut Rosa parla di "stallo frenetico": corriamo sempre più veloci senza andare da nessuna parte, mentre l'attenzione salta di stimolo in stimolo. Il microdrama è insieme risposta e acceleratore di un tempo libero ridotto a intervalli tra un impegno e l'altro.
Infine, c'è il grande dilemma dell'intelligenza artificiale: nel 2025, Douyin ha pubblicato circa 37.000 micro-drama animati con l'IA (i cosiddetti manju), alcuni oltre il miliardo di visualizzazioni, e ByteDance offre garanzie minime fino a 520.000 dollari per serie. Il modello Seedance 2.0 ha già attirato le proteste di Disney e Paramount per l'uso di personaggi protetti. Se l'algoritmo decide cosa funziona e l'IA lo produce, che spazio resta alla creatività umana?
Una rinascita del cortometraggio?
Cerchiamo, però, di non guardare solo ai lati negativi. Chiediamoci anche se questi fenomeni possono anche portare qualcosa di buono. Per esempio: se il mercato dei microdrama ha superato quello del cinema nazionale (come in Cina), significa che il pubblico è propositivo a guardare dei cortometraggi?
Per decenni il corto è stato una palestra e un biglietto da visita, prezioso nei festival ma quasi invisibile sul mercato, senza una vera distribuzione né un pubblico pagante. Oggi, all'improvviso, la brevità è il formato più richiesto al mondo.
I segnali di un ritorno ci sono. Il Vertical Film Festival, nato nel 2014 a Katoomba, in Australia, si presenta come la prima competizione internazionale per film verticali, con opere di massimo 3 minuti in 9:16. Dal 2022 TikTok, partner ufficiale del Festival di Cannes, organizza la #TikTokShortFilm Competition: nel 2024 ha coinvolto oltre 55 paesi, con premi dedicati alla miglior sceneggiatura e alla miglior regia. Il concorso dell'Italian Global Series si inserisce in questa traiettoria.
C'è però una differenza da non perdere di vista: il microdrama non è un cortometraggio, ma una storia lunga fatta a pezzi. Il corto è un'opera compiuta, che vive di ellissi, ambiguità e sottotesto; il microdrama rimanda sempre all'episodio successivo e dice tutto ad alta voce. Uno chiede allo spettatore di completare il senso, l'altro di sbloccare il prossimo minuto.
La rinascita, quindi, riguarda la brevità più che il cortometraggio come forma d'autore. Eppure le due strade possono incrociarsi: un pubblico abituato a storie da pochi minuti, piattaforme che sanno monetizzarle e festival che iniziano a premiarle sono condizioni che il corto non ha mai avuto. Per un giovane sceneggiatore, la disciplina richiesta da un episodio di 90 secondi (economia, precisione, un'idea forte per scena) è la stessa di un buon corto. Resta, quindi, da capire se il cortometraggio saprà sfruttare questo spazio senza farsi assorbire dalla logica dell'aggancio e del cliffhanger.
Conclusione
Liquidare il microdrama come un fenomeno trash sarebbe un errore: è un fenomeno che va studiato, che porta un nuovo tipo di fruizione, di pubblico e, soprattutto, abbassa le barriere di ingresso alla produzione. Tutto ciò costringe noi autori a ripensare al modo in cui si scrivono i prodotti seriali.
È anche un sintomo, e come tale va letto: di un'attenzione frammentata, di un'industria che misura tutto in secondi di permanenza, di un modello economico che trasforma la curiosità in micro-pagamenti. La sfida, per chi scrive, è imparare quella grammatica senza lasciarsene dettare tutto: usare la sua economia e il suo ritmo per raccontare anche storie che chiedano qualcosa in più di un tocco sullo schermo. Per gli sceneggiatori italiani la domanda è se entrare in questo spazio da protagonisti o restare a guardare, magari con il telefono in mano.