Sceneggiatura Schindler's list (1993): Pagina uno
Schindler's List - La lista di Schindler (Schindler's List) è un film del 1993 scritto da Steven Zaillian e diretto da Steven Spielberg.
Considerato uno dei più rilevanti sceneggiatori del cinema americano contemporaneo, Zaillian è noto per uno stile realistico, sobrio e orientato all’analisi psicologica dei personaggi. La sua carriera, infatti, si caratterizza per la capacità di trasformare fatti reali, romanzi e contesti storici in narrazioni dense di tensione morale e complessità umana.
Fin dalle prime sceneggiature, come Il gioco del falco (1985), emerge uno dei temi centrali del suo lavoro: il conflitto tra individuo e sistema. Questo motivo ritorna in opere come Sotto il segno del pericolo, American Gangster e The Irishman, dove il potere politico, criminale o istituzionale è rappresentato come una rete opaca che condiziona e spesso corrompe le scelte personali.
In film come Risvegli o Un eroe piccolo piccolo, Zaillian mostra una forte attenzione alla dimensione etica del racconto: i protagonisti sono spesso uomini comuni messi di fronte a dilemmi morali, raccontati senza retorica, attraverso dialoghi misurati e una scrittura asciutta.
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Sceneggiatura completa di Schindler's list
Logline
Durante la Seconda guerra mondiale, un imprenditore tedesco, inizialmente mosso dal profitto e dal potere, decide di salvare oltre mille ebrei dallo sterminio nazista, sacrificando la propria ricchezza e il successo delle sue fabbriche.
Pagina uno
La prima immagine
Il film si apre in un piccolo deposito ferroviario nella campagna polacca. L’ambiente è descritto in modo spoglio e ripetitivo: un tavolo pieghevole, moduli, penne, un impiegato che scrive nomi. Tutto sembra tranquillo, quasi insignificante. Proprio questa normalità è però la chiave di lettura di tutto il film: la violenza mostrata non è esplicita, ma ordinaria, di routine, a suggerire che lo sterminio (e in generale gli stermini) non nasce dal caos o dall’isteria, bensì da un sistema razionale e efficiente, quello che è poi la vera disumanità.
Le persone non vengono presentate come individui con una storia, ma come corpi che scendono da un treno e si mettono in fila. Il montaggio insiste sull’alternanza tra “nomi” e “volti”: un nome battuto a macchina, un volto inquadrato, poi un altro nome, un altro volto. Questo meccanismo visivo trasforma gli esseri umani in dati, in voci di un elenco, anticipando uno dei nuclei centrali del film, cioè la riduzione delle persone a numeri, categorie e documenti. Il fatto che un uomo venga spostato da una fila all’altra senza spiegazioni rafforza l’idea di un potere anonimo e arbitrario, in cui il destino individuale dipende da una decisione impersonale.
Anche la scelta del punto di vista è significativa: non c’è un protagonista, ma un processo burocratico. Questo crea una sensazione di freddezza e distanza emotiva che riflette il funzionamento del sistema nazista, basato su procedure, timbri e registrazioni.
Il momento decisivo arriva con il timbro che segna una striscia grigia sulla carta e con l’ingresso improvviso della musica, “Gloomy Sunday”. Fino a quel punto domina il rumore meccanico: ruote del treno, tasti della macchina da scrivere, timbri. Con la musica, per la prima volta, emerge una dimensione emotiva, quasi un lamento lontano. È come se, dietro la superficie amministrativa, si aprisse improvvisamente la consapevolezza della tragedia. Questo passaggio anticipa il movimento di tutto il film: dietro la freddezza del sistema si nasconde una sofferenza immensa, che lentamente verrà resa visibile.
È un inizio emblematico perché rende chiaro che Schindler’s List non racconterà solo una storia di persecuzione, ma soprattutto il modo in cui un sistema “razionale” può trasformare l’orrore in routine, ma sarà quello stesso sistema, usato nelle mani giuste, a salvare oltre mille vite.