Nel nostro servizio di consulenza sulla scrittura della prima pagina di sceneggiatura, un errore comune che riscontriamo riguarda l'uso delle parentetiche, chiamate anche "wrylies" nel gergo tecnico. Molti autori emergenti tendono a sottovalutarle, considerandole un aspetto secondario rispetto a elementi come le didascalie e le battute.
Tuttavia, quando si svolge la prima lettura della sceneggiatura con la troupe, ci si rende conto di quante domande potrebbero essere state evitate semplicemente aggiungendo delle parentesi tonde.
Una buona sceneggiatura non solo necessita di una trama avvincente e di una storia profonda, ma richiede anche un buon ritmo. E questo si costruisce attraverso il tono delle battute, le intenzioni dei personaggi, il sotto testo e le azioni compiute nel momento stesso in cui si parla, tutti aspetti che le parentetiche possono chiarire e arricchire.
In questo articolo, esploreremo cosa sono le parentetiche, le loro funzioni principali e come capire quando siano realmente necessarie, evitando l'uso eccessivo o improprio.
Le funzioni delle parentetiche
Quando si parla di parentetiche nella formattazione della sceneggiatura, queste fanno parte della sezione del dialogo. Rispetto ad altri elementi, come il nome del personaggio o l'intestazione, la parentetica è un elemento facoltativo e non è sempre necessario inserirla. Tuttavia, basandoci sulle nostre esperienze con produzioni, possiamo affermare con certezza che è assolutamente vietato ometterle del tutto!
Una parentetica si trova subito sotto il nome del personaggio o sotto una battuta. Le funzioni principali delle parentetiche sono:
Pronuncia
Spesso un attore può recitare una battuta in modo diverso da come l’aveva immaginata lo sceneggiatore. La lingua stessa offre sfumature e interpretazioni che possono essere ambigue.
Come si vede, la stessa battuta può assumere significati completamente diversi in base al tono. Specificare l’intenzione con una parentetica aiuta l’attore a comprendere meglio il contesto emotivo e a recitare nel modo più adatto alla scena.
Intenzione
Nelle sceneggiature americane, non capita raramente di vedere tra parentesi il sotto testo della battuta, ovvero ciò che il personaggio vorrebbe veramente dire, al di là delle parole pronunciate. Prendiamo come esempio una battuta tratta dalla sceneggiatura di Steve Jobs (2015), scritta da Aaron Sorkin.
In Italia, da quel che sappiamo noi, non è molto comune, eppure i film, come la vita reale, parlano attraverso tre livelli di comunicazione:
- Atto locutorio: ciò che viene detto letteralmente (c’è freddo qui dentro).
- Atto illocutorio: l’intenzione dietro le parole (suggerire ad un altro di chiudere la finestra!).
- Atto perlocutorio: l’effetto che le parole hanno sull’interlocutore (l’altro chiude la finestra).
Le parentetiche si inserirebbero nell’atto illocutorio. Di fatto, molto spesso, gli attori quando dicono una battuta, per dare il tono giusto, nella loro mente recitano qualcos’altro. Perché allora non mettere le mani anche nelle loro teste?
Azione
Comunicare non significa solo parlare, ma anche agire. Di fatto, quando interagiamo, raramente restiamo immobili (soprattutto noi italiani): fumiamo, muoviamo nervosamente una gamba, mangiamo (anche se può sembrare maleducato) o ci passiamo oggetti. Queste azioni non solo accompagnano le parole, ma le influenzano profondamente e, allo stesso tempo, ne sono condizionate.
Secondo le teorie dell'embodied cognition, la mente e il corpo lavorano in stretta sinergia per costruire significati. Questo significa che i nostri gesti, posture e movimenti non sono semplici accessori della comunicazione, ma elementi fondamentali che modellano il nostro pensiero e la nostra espressione.
Nell’agire, noi confermiamo o ribaltiamo quello che la nostra bocca dice. Facciamo un esempio semplice, un cliché.
Scrivere pagine di dialogo senza alcuna azione non risulta naturale: persino i bambini, mentre fanno parlare i loro pupazzi, li fanno muovere, scontrare o camminare. Anche nelle sceneggiature, le azioni sono essenziali per rendere i dialoghi più dinamici e realistici.
Una regola non scritta è che all’interno delle parentetiche l’azione andrebbe scritta al gerundio.
Direzione
Immaginiamo di dover scrivere una scena all’interno di una festa. Ci sono venti invitati, cinque pagine di solo dialogo. La domanda dei venti attori è: chi sta parlando con chi? A volte, quando ci ritroviamo in un confronto a tre o a più persone, è utile poter indicare in modo facile e rapido con chi sta parlando il personaggio. Ecco che allora ci vengono in soccorso le parentetiche.
Ma perché non usare una didascalia? Semplice: la sceneggiatura è uno strumento di lavoro e deve essere snella ed efficace.
Quando usare le parentetiche?
Poiché facoltative, le parentetiche sono uno strumento estremamente delicato.
L'inserimento delle parentetiche nella sceneggiatura deve quindi essere accurato e ponderato, garantendo equilibrio e naturalezza. Di seguito, elenchiamo quando utilizzare e non le parentetiche.
Pronuncia
✔ Inserire le parentetiche soprattutto all’inizio di una scena per indicare il tono generale. Questa pratica aiuta a stabilire un’atmosfera chiara, creando una sorta di "nota guida" che accompagna le battute successive, anche se non esplicitamente scritte.
❌ Non esagerare con le indicazioni. L’attore non è un pupazzo da ventriloquo e troppe parentetiche possono risultare soffocanti. Il cinema è anche compromesso: lascia spazio all’interpretazione degli attori, evitando che un eccesso di dettagli li porti a stravolgere il senso per esprimere la propria visione.
Intenzione
✔ Inserire il sotto testo può essere particolarmente utile in momenti di forte ambiguità o tensione emotiva, in cui le parole dette non coincidono con le reali intenzioni. Aiuta l’attore a cogliere la sfumatura e il tono della battuta.
❌ Un eccesso di indicazioni rischia di soffocare la spontaneità interpretativa dell’attore. Il sottotesto dovrebbe emergere attraverso il contesto e l'azione, non sempre attraverso la spiegazione diretta. Ricorda: la sceneggiatura è uno strumento per guidare, non per controllare.
Azione
✔ In una sceneggiatura, il tempo verbale è generalmente il presente indicativo, ma l'uso del gerundio aiuta a indicare una contemporaneità rispetto all'azione principale. Quando scriviamo un verbo al gerundio tra parentesi, stiamo suggerendo che l'azione avviene "mentre il personaggio parla".
❌ Azioni complesse o lunghe, che non possono avvenire nello stesso momento, dovrebbero essere descritte nelle didascalie. Riempire la pagina con didascalie non necessarie rischia di sprecare spazio prezioso che potrebbe essere utilizzato per elementi più significativi e drammaturgici.
Direzione
✔ Quando ci sono più personaggi che interagiscono in una scena, le parentetiche sono utili per chiarire con chi sta parlando ciascun personaggio. Usate per indicazioni brevi e rapide, come (a Maria), aiutando a mantenere il dialogo fluido senza interrompere il ritmo.
❌ Anche in questo caso, non è necessario dare indicazioni ad ogni battuta, altrimenti invece di avere 120 pagine di sceneggiature ne avremmo 300. Se la battuta è già chiara di suo, ulteriori indicazioni sarebbero di troppo e farebbero perdere scorrevolezza al dialogo.
Le parentetiche, dunque, sono essenziali quando ben dosate, ma rischiano di diventare eccessive se usate senza moderazione. Proprio come il sale nell'acqua della pasta: senza, la pasta risulta insipida; se esageriamo, diventa immangiabile.
Conclusioni
Le parentetiche sono un elemento prezioso nella scrittura di una sceneggiatura, uno strumento che, se usato con intelligenza e misura, può arricchire il dialogo, chiarire le intenzioni dei personaggi e aiutare la troupe a comprendere meglio l'essenza di una scena. Tuttavia, proprio come ogni dettaglio in una sceneggiatura, il loro utilizzo deve essere ponderato, evitando di appesantire la lettura o di limitare l’interpretazione degli attori.
Se avete dubbi o desiderate un parere esperto sulla vostra sceneggiatura, vi invitiamo a richiedere un consulto gratuito. Perché ogni storia merita di essere raccontata al meglio.
Ricordate sempre che una sceneggiatura è un mezzo per raccontare una storia e guidare la sua realizzazione, non un rigido manuale di istruzioni. Mantenere un equilibrio tra chiarezza e libertà interpretativa è la chiave per scrivere dialoghi efficaci e azioni credibili.