Tra manuali, scuole e workshop intensivi, l’aspirante autore cerca risposte alla domanda che lo tormenta ogni volta che guarda un film o legge una storia: come si scrive una storia? Oppure, per dirla in modo ancora più universale: come si racconta una storia?
Sul web e nel mondo reale esistono migliaia di corsi, libri e professionisti dedicati esclusivamente a esplorare questa domanda. Tuttavia, spesso (anche se non sempre, quindi evitiamo generalizzazioni), queste risorse, tra teoria e pratica, dimenticano di proporre all’aspirante narratore un’altra domanda fondamentale: perché raccontiamo storie? Perché ne abbiamo bisogno?
Che si tratti di una sceneggiatura, di un romanzo, una poesia o anche un semplice messaggio WhatsApp o una chiacchierata davanti a un caffè, raccontare è qualcosa che facciamo costantemente: condividiamo ricordi, sogni, aneddoti, emozioni. Ma perché? E cosa significa per noi autori saperlo?
In questo articolo faremo una breve introduzione a un argomento che, negli ultimi decenni, ha catturato l’attenzione non solo di scrittori e studiosi di letteratura, ma anche di antropologi, sociologi, fino ad arrivare alle branche mediche della psichiatri e neurologia. Oggi parliamo di neuronarratologia.
Cos'è la neuronarratologia?
La neuronarratologia è la disciplina che studia il legame tra il nostro cervello e il bisogno umano di raccontare e ascoltare storie. Nata dall’incrocio tra neuroscienze, letteratura e discipline umanistiche, questa branca di ricerca si propone di esplorare come i processi narrativi influenzano la nostra mente, le nostre emozioni e il nostro comportamento.
In altre parole, cerca di rispondere a domande fondamentali come:
- Perché raccontiamo storie?
- Qual è l'impatto delle narrazioni sul nostro cervello?
- Le storie hanno il potere di influenzare così profondamente le nostre vite?
Le radici di questo nuovo campo di studi sono relativamente recenti, affondando le proprie basi in due ambiti consolidati: le neuroscienze cognitive e lo studio della narrazione. Eppure, fin dall’Antica Grecia, Aristotele si interrogava su cosa rendesse una storia efficace e coinvolgente, concentrandosi su concetti come la catarsi, l’emozione e l’identificazione del pubblico con i personaggi.
Con l’avvento della psicologia moderna, studiosi come Freud e Jung hanno approfondito il ruolo della narrazione nella costruzione dell’identità personale e collettiva. Jung, in particolare, esplorò il concetto di archetipi, schemi narrativi universali che ricorrono in miti e leggende di tutte le culture.
Con il progresso delle neuroscienze nel XX e XXI secolo e con macchine sempre più sofisticate, queste riflessioni si sono arricchite di una nuova dimensione scientifica. L’attenzione si è spostata sui circuiti neurali attivati durante l’esperienza narrativa, come il sistema limbico (che regola le emozioni) e le reti di teoria della mente (che ci aiutano a comprendere pensieri e intenzioni altrui).
Il bisogno di raccontare
Il nostro corpo è composto per circa il 65% di acqua, e i nostri organi e muscoli necessitano di energia per svolgere le loro funzioni vitali. Bere e mangiare, dunque, sono attività indispensabili per la sopravvivenza. Tuttavia, sin dalle origini dell'umanità, un altro bisogno essenziale ha sempre accompagnato l'uomo nel suo cammino: il bisogno di raccontare storie. L'uso della parola "bisogno" non è casuale: raccontare è vitale, tanto quanto bere e mangiare.
Raccontare è radicato nel nostro cervello e nella nostra evoluzione, essendo fondamentale non solo per esprimere sé stessi, ma anche per rafforzare legami sociali. Le storie ci permettono di creare connessioni emotive, costruire fiducia e favorire la cooperazione, elementi essenziali per la sopravvivenza nelle comunità. In fin dei conti, l’uomo è un essere ontologicamente sociale!
Le narrazioni ci consentono anche di tramandare conoscenze vitali per la vita quotidiana. In questo modo, il racconto diventa il primo strumento di educazione, un manuale di sopravvivenza che si è evoluto per adattarsi ai cambiamenti delle società. Il nostro cervello è predisposto a comprendere e ricordare meglio le informazioni quando vengono presentate sotto forma di storia, poiché coinvolgono diverse aree cerebrali, comprese quelle legate al linguaggio e alle emozioni. Questo processo facilita l'apprendimento e rende il sapere più duraturo.
A livello neurologico, il racconto stimola meccanismi legati all’empatia, grazie ai neuroni specchio, che ci permettono di “vivere” le emozioni degli altri, favorendo la comprensione reciproca e la cooperazione. Inoltre, raccontare storie aiuta a organizzare i ricordi e a dare significato alle esperienze, contribuendo a elaborare emozioni complesse e ridurre lo stress. La funzione terapeutica del racconto è fondamentale per mantenere l’equilibrio emotivo, specialmente nei momenti difficili.
Raccontare aiuta anche a costruire e consolidare la propria identità, poiché ogni narrazione condivisa contribuisce a definire chi siamo, a stabilire continuità nel nostro percorso di vita e a dare ordine ai nostri ricordi. Senza storie, il nostro senso di sé sarebbe frammentato e difficile da comprendere.
Infine, raccontare storie attiva il sistema di ricompensa del cervello, liberando neurotrasmettitori come la dopamina e l’ossitocina, che ci fanno sentire bene e rinforzano il desiderio di continuare a comunicare. Questo legame tra racconto e piacere è un incentivo a mantenere viva questa tradizione millenaria.
Perché raccontiamo?
Il racconto è una risposta alle nostre necessità fondamentali, derivanti da fattori psicologici, neurologici e sociali che lo rendono così vitale:
- Dare senso alle nostre esperienze
Le storie ci permettono di mettere ordine nei nostri ricordi e di conferire significato agli eventi della nostra vita, trasformandoli in una sequenza comprensibile. Senza il racconto, i nostri ricordi sarebbero frammentati, e la percezione del mondo diventerebbe disorientata. In questo modo, la narrazione diventa essenziale per costruire e mantenere un senso di identità, sia a livello individuale che collettivo. La nostra percezione del mondo dipende dal nostro modo di raccontare e ascoltare, come ci suggerisce anche la teoria dell’embodied cognition, che sottolinea l'importanza del corpo e delle emozioni nella formazione dei pensieri. - Condividere emozioni e esperienze
Le storie sono il nostro strumento per comunicare ciò che proviamo e far comprendere agli altri chi siamo. Il bisogno di comunicare è universale, e attraverso il racconto possiamo sperimentare empatia e creare una rete di solidarietà. Questo processo ci consente di percepire emozioni comuni, anche quando le esperienze individuali sono diverse. - Evoluzione sociale
Le narrazioni servivano alle prime comunità per trasmettere informazioni cruciali sulla sopravvivenza e preservare la coesione. Anche se il contesto è cambiato, il bisogno di condividere storie rimane, poiché continua a rafforzare i legami sociali e favorire la fiducia e la cooperazione. - Apprendimento
Le storie sono un mezzo potente per trasmettere conoscenze, valori ed esperienze, che altrimenti potrebbero andare perse. L'essere umano è naturalmente predisposto a comprendere e memorizzare informazioni attraverso il racconto, facilitando l’apprendimento, sia a livello individuale che collettivo. Le storie ci insegnano, ci avvertono e ci preparano ad affrontare le difficoltà della vita. - Ci fanno sentire bene
Il racconto stimola il nostro cervello, attivando il sistema di ricompensa e liberando neurotrasmettitori come la dopamina, che ci fanno sentire soddisfatti e connessi. Raccontare può quindi essere una fonte di piacere, auto-espressione e gratificazione.
Insomma, raccontare storie è al centro della nostra esperienza umana. Non è solo un piacere, ma una necessità biologica e sociale che ci consente di comprendere il mondo, costruire legami, educare e crescere. Raccontare è ciò che ci permette di vivere insieme, di evolverci e di dare significato alla nostra esistenza.
Utilità per noi autori
Vi ricordate il personaggio di Hans Landa, interpretato da Christoph Waltz nel film Bastardi senza gloria (Inglourious Basterds, 2009)? Nella scena iniziale, Landa spiega perché i francesi lo abbiano soprannominato "il cacciatore di ebrei" e come mai sia considerato il migliore nel suo mestiere: rintracciare e catturare gli ebrei:
Io amo il mio titolo ufficiale proprio perché me lo sono guadagnato. Il tratto che fa di me un così efficace cacciatore di ebrei è che io so pensare come un ebreo.
Ora, anche se il paragone potrebbe sembrare un po' macabro e sopra le righe, nella scena iniziale Landa ci spiega che il modo migliore per attirare una persona è pensare come quella persona. Allo stesso modo, noi autori, pur scrivendo in primis per noi stessi, non desideriamo che il nostro lavoro rimanga chiuso in un cassetto, in una cartella del pc o in qualche angusto archivio di produzione. La nostra professione consiste nel raccontare storie universali, che parlino a tutti.
Conoscere il motivo per cui raccontiamo e ascoltiamo storie è fondamentale per un autore, perché ci permette di connetterci profondamente con il pubblico. Le storie non sono solo intrattenimento: sono un mezzo per esplorare la nostra umanità, per comprendere le emozioni, le sfide e le esperienze che ci accomunano. Quando raccontiamo una storia, stiamo offrendo qualcosa di universale, qualcosa che attraversa i confini del tempo, della cultura e dell'individuo.
Come detto prima, gli esseri umani hanno bisogno di storie per dare senso alla propria esistenza, per navigare nella complessità della vita. Le storie ci aiutano a riflettere su chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando. Quando ascoltiamo una storia, ci identifichiamo con i suoi personaggi, le loro speranze e paure. E, allo stesso modo, quando scriviamo, mettiamo una parte di noi stessi nelle storie che raccontiamo, cercando di rispondere a domande che, forse, nemmeno sapevamo di porre.
Questa connessione emotiva e intellettuale è ciò che rende le storie così potenti. Senza di esse, saremmo più isolati, meno in grado di comprendere gli altri e di costruire legami significativi. Come autori, il nostro compito è creare mondi che possano accogliere gli altri, che possano suscitare emozioni, riflessioni, e, soprattutto, far sentire chi ascolta o legge che non è solo. Perché raccontare storie non significa solo comunicare; significa creare ponti tra esseri umani.
Può sembrare un’argomentazione ovvia e scontata, quasi lapalissiana, ma molto spesso gli autori, che siano alle prime armi o consolidati, si scordano di questo fattore. Le strutture narrative, i dialoghi e le emozioni che mettiamo su carta sono la base della connessione, che, ripetiamo ancora, è vitale per noi esseri umani e che ci contraddistingue dagli altri animali.
Conclusioni
La neuronarratologia ci offre uno spunto fondamentale per comprendere la potenza e l’importanza delle storie nel nostro vivere quotidiano.
Raccontare storie non è solo un atto creativo, ma una necessità biologica, psicologica e sociale. Non solo ci aiutano a dare senso alle nostre esperienze, ma sono anche essenziali per la costruzione di legami emotivi, la trasmissione di conoscenze, e il rafforzamento della nostra identità personale e collettiva.
Nel contesto dell’autore, questo studio non solo illumina il come raccontare una storia, ma ci invita a riflettere sul perché lo facciamo, portando alla luce la capacità delle storie di connettersi profondamente con il pubblico e di affrontare le sfide universali della condizione umana.
Quando comprendiamo il potere delle storie, possiamo scrivere non solo per intrattenere, ma per esplorare, condividere e, in ultima analisi, dare significato alla nostra esistenza.