La Giornata della Memoria è un momento fondamentale per riflettere e ricordare l'orrore dell'Olocausto, una tragedia che ha segnato indelebilmente la storia dell'umanità. Le storie e il cinema hanno sempre giocato un ruolo cruciale nel mantenere viva la memoria storica. Film, libri e opere teatrali possono veicolare non solo i fatti, ma anche l'intensità delle esperienze vissute dalle vittime. Attraverso la narrazione visiva e letteraria, è possibile far entrare lo spettatore o il lettore nella realtà di chi ha vissuto quei momenti di disperazione, paura e speranza, contribuendo a sensibilizzare le persone sull'importanza di non dimenticare.
Il cinema, in particolare, ha il potere di rendere le atrocità concrete e tangibili, di far sentire la sofferenza di chi ha perso la propria libertà, la propria famiglia, la propria dignità. Opere come La vita è bella di Roberto Benigni o Schindler's List di Steven Spielberg sono solo alcuni esempi di come la finzione possa trattare la realtà storica con profondità emotiva e rispetto. La capacità di rappresentare l'inimmaginabile, di rendere visibile l'invisibile, è una delle potenzialità più potenti che la narrazione, in tutte le sue forme, può esercitare.
Scrivere una storia sull'Olocausto non è solo un atto di testimonianza, ma anche un impegno etico e morale, che richiede sensibilità e responsabilità: significa dar voce a milioni di vittime che hanno sofferto indicibili crudeltà, ma anche cercare di comprendere e trasmettere le profonde implicazioni di un periodo buio in cui l'umanità ha rischiato di perdere la propria dignità.
In questo articolo esploreremo come scrivere una storia che non solo ripercorra gli eventi storici, ma che sia in grado di evocare l'emozione, il dolore e la resistenza dei protagonisti. Una narrazione sull'Olocausto deve essere affrontata con rispetto e onestà, per preservare la memoria di chi ha vissuto quella barbarie e, al contempo, sensibilizzare le generazioni future a combattere l'odio e l'intolleranza.
Storiografia
Oggi, guardando indietro alla storia della comunicazione sulla Shoah e sull'Olocausto, risulta sorprendente constatare quanto poco se ne parlò per decenni. Al di fuori di alcuni scrittori, giornalisti e artisti, le atrocità che si consumarono ad Auschwitz, Birkenau, Mauthausen e in altri campi di concentramento, rimasero quasi del tutto sconosciute. Chi non aveva vissuto quelle situazioni, non riusciva a credere ai racconti che sentiva. Dall’altra parte, molte delle stesse vittime, segnate dalla vergogna e dall'umiliazione, preferirono tacere. Altri non riuscivano a comprendere come il loro stesso Dio avesse potuto permettere un simile orrore.
Voglio partire da questo per sottolineare come il cinema non abbia affrontato l'argomento per molti anni. Un primo tentativo fu portato avanti da Alain Resnais con Notte e nebbia (Nuit et brouillard, 1956), un documentario di mezz'ora che cercò di ricostruire le atrocità dei campi di concentramento attraverso fotografie e filmati, molti dei quali scattati e girati dopo la fine della guerra. L’atrocità veniva percepita dallo spettatore attraverso i contrasti e il montaggio: immagini documentarie in bianco e nero girate (dalle truppe alleate e non solo) all’interno dei campi diconcentramento e le immagini a colori girate dal regista sugli stessi luoghi, ora abbandonati. Tuttavia, il cinema non si cimentò ancora nel tentativo di rappresentare scenicamente quelle atrocità. Infatti, il film fu ritirato dal Festival di Cannes per evitare di turbare il pubblico tedesco.
Cinque anni dopo, fu Gillo Pontecorvo a cercare di portare sullo schermo le atrocità dei campi di concentramento con il suo Kapò (1961), ma il film non fu accolto positivamente dai critici, che lo giudicarono eticamente discutibile. L’allora critico Rivette, in un famoso articolo intitolato "Dell'abiezione" pubblicato su Cahiers du Cinéma, bocciò il film: in particolare, criticò una scena in cui il regista utilizza un movimento di macchina per avvicinarsi al suicidio di una delle protagoniste contro il filo spinato. Rivette condannò quel movimento, giudicandolo come un'operazione estetica troppo forzata, che trasformava l'orrore in uno spettacolo, e la considerò un'azione riprovevole e amorale.
Questo è solo uno dei tanti segnali che indicano come il discorso culturale sulle immagini dell'Olocausto fosse sottoposto a forti restrizioni, considerando inadeguato l'uso del registro finzionale per rappresentare i campi di concentramento. Si consideri anche i 566 minuti del documentario di Claude Lanzmann Shoah (1985): non c’è un singolo fotogramma riguardo lo sterminio.
Fino a qui, capiamo bene che la visione francese è per il rispetto delle vittime: solo loro possono avere il diritto di raccontarci le atrocità e ogni immagine mostrata al pubblico verrà definita immorale.
In Italia, vale lo stesso: escono film su quel periodo storico, come Pasqualino Settebellezze (1976) o il Portiere di notte (1974), ma l’atrocità dei campi non è la vera posta in gioco della narrazione, volgendo lo sguardo su altri temi.
La cinematografia che, invece, ha più spinto l’acceleratore sulle componenti atroci del nazismo è stata quella Nord Americana. Iniziando con il processo di Norimberga, dove il documento visivo e le testimonianze dirette degli imputati divennero protagonisti. Film come Vincitori e vinti (Judgment at Nuremberg, 1961) cercavano di rappresentare l'evento in modo drammatico, ma spesso usando semplificazioni e cast hollywoodiani. La narrazione ebraica della Shoah emerse con opere come La nave dei dannati (Voyage of the Damned, 1976), che trattava un evento storico poco noto: l'impossibilità di accoglienza per una nave di profughi ebrei nel 1939. Altri film, come Il maratoneta (Marathon Man, 1976) e I ragazzi venuti dal Brasile (The Boys from Brazil, 1978), esploravano il rapporto nazista/ebreo in scenari di fantasia.
A rompere definitivamente il tabù fu Holocaust (1978), una mini-serie televisiva, con Meryl Streep, che, pur utilizzando lo stile melodrammatico, contribuì a mantenere vivo il ricordo, sconvolgendo il pubblico di allora. Quindici anni dopo, il processo di restituzione mnemonica è stato completato con Schindler's List (1993): uscito con acclamazione stratosferica e visto da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, il film di Steven Spielberg ha innescato un boom commemorativo senza precedenti. Ma perché funzionò? Come afferma Giles Harvey nel New York Times “pur mantenendo la struttura hollywoodiana, [il film] si distingue per la sua fedeltà alla memoria documentaria, trattando la Shoah attraverso una storia personale di redenzione”. Spielberg affronta senza reticenze l'orrore dei campi di concentramento, ma usa il cinema classico per restituire umanità ai protagonisti e combattere la cancellazione delle loro individualità.
Il dibattito sull'uso del registro finzionale per raccontare la Shoah rimane comunque aperto: successivamente, dal 2000 in avanti, escono film sempre più diretti e incisivi, come Il pianista (The Pianist, 2002) fino ad arrivare a Il figlio di Saul (Saul fia, 2015) e il più recente La zona di interesse (The Zone of Interest, 2023), due film che si allontanano dalle immagini e sfruttano la tragedia attraverso il fuori fuoco e il sonoro.
Gli elementi narrativi dei film sulla Shoah
Ci scusiamo per la lunga, e a tratti restrittiva, ricostruzione storica del rapporto tra cinema e Shoah, ma è servita per introdurre il vero tema dell’articolo: quali sono gli elementi narrativi essenziali per scrivere un film sull’Olocausto?
FILM ANALIZZATI
- Kapò (1960)
- La scelta di Sophie (Sophie's Choice, 1982)
- La vita è bella (1997)
- Train de vie (1998)
- Il processo di Norimberga (Nuremberg, 2000)
- Il figlio di Saul (Saul fia, 2015)
- La zona di interesse (The Zone of Interest, 2023)
Come in ogni aspetto del cinema, “non esistono regole, ma principi”, come direbbe il vecchio McKee. Abbiamo rivisitato e analizzato dieci di questi film, riscontrando in ognuno i seguenti elementi:
La memoria e il trauma
La memoria dell’Olocausto è fondamentale per mantenere vivo il ricordo delle vittime e prevenire tragedie future.
Nel film Il processo di Norimberga (2000), la memoria e il trauma vengono raccontati attraverso la rappresentazione dei processi giudiziari che seguirono la fine della Seconda Guerra Mondiale. Il film si concentra sui crimini commessi dai principali leader nazisti e sull'importanza di documentare e ricordare gli orrori perpetrati, per garantire giustizia alle vittime e per educare le generazioni future.
Durante il processo, le prove presentate, come filmati dei campi di concentramento, testimonianze di sopravvissuti e documenti ufficiali del regime nazista, rivelano l'entità delle atrocità. Questi momenti sottolineano non solo la brutalità dei crimini, ma anche il profondo impatto che essi hanno avuto sui sopravvissuti e sulla coscienza collettiva dell'umanità.
Il film esplora anche il tema del trauma: i sopravvissuti che testimoniano rivivono le esperienze devastanti che hanno subito, portando in aula la loro sofferenza e il peso della perdita. Il processo diventa così non solo un atto di giustizia, ma anche un momento di confronto con la memoria del passato e con il bisogno di preservarla.
Attraverso il racconto del processo, il film evidenzia l'importanza della memoria storica come strumento di prevenzione. Mostra come il trauma collettivo non debba essere dimenticato, ma piuttosto riconosciuto e trasformato in una lezione per evitare il ripetersi di tragedie simili. Il processo di Norimberga diventa così un simbolo della necessità di mantenere viva la memoria dell'Olocausto e di confrontarsi con il passato per costruire un futuro più giusto e umano.
L'umanizzazione delle vittime
Per evitare che le vittime dell’Olocausto vengano ridotte a numeri o simboli, i film si concentrano spesso su storie individuali.
Nel film Il figlio di Saul, Saul Ausländer (Géza Röhrig) è un prigioniero ungherese membro del Sonderkommando in un campo di concentramento: questi gruppi erano costretti a lavorare nelle camere a gas e nei crematori, un compito che li poneva in una situazione di devastante ambiguità morale.
La trama si sviluppa quando Saul scopre il corpo di un ragazzo che crede essere suo figlio. Determinato a dare a questo ragazzo una degna sepoltura, Saul intraprende una missione quasi impossibile: trovare un rabbino per celebrare il rito funebre. Questo atto, che agli occhi di molti sembra assurdo nel contesto spietato del campo, diventa un simbolo di resistenza umana e di riconoscimento della dignità individuale.
Il figlio di Saul non si limita a raccontare la sofferenza delle vittime, ma dà loro un volto, una storia e una dignità, mostrando come anche il più piccolo atto di umanità possa rappresentare una sfida contro il sistema disumanizzante dell'Olocausto. Il viaggio di Saul diventa un modo per ricordare che dietro ogni numero tatuato c'era una vita unica, con sogni, relazioni e significato.
La rappresentazione dell'orrore
I film sull’Olocausto devono bilanciare il realismo con la sensibilità, evitando voyeurismo o sensazionalismo.
Nel film La scelta di Sophie la rappresentazione dell’orrore dell’Olocausto viene affrontata attraverso un approccio intimo e devastante. Il film evita di mostrare direttamente i campi di concentramento o le atrocità, scegliendo invece di esplorare il trauma e il peso psicologico che le scelte morali imposte dal regime nazista hanno lasciato sui sopravvissuti.
La storia segue Sophie (Meryl Streep), una donna polacca sopravvissuta ad Auschwitz, che vive a Brooklyn negli anni successivi alla guerra. Sophie porta dentro di sé un trauma indicibile, il risultato della scelta che è stata costretta a fare nel campo di concentramento: decidere quale dei suoi due figli avrebbe vissuto e quale sarebbe stato mandato alla morte. Questo momento, descritto in un flashback straziante, rappresenta uno degli orrori più inumani dell’Olocausto, in cui la crudeltà nazista ha spinto le vittime a compiere scelte impossibili.
Il film bilancia il realismo con la sensibilità, non mostrando direttamente scene di violenza ma trasmettendo l’orrore attraverso il racconto di Sophie e la sua sofferenza psicologica. L'interpretazione magistrale di Meryl Streep dà profondità al personaggio, mostrando come il dolore e il senso di colpa permeino ogni aspetto della sua vita.
La scelta di Sophie rappresenta l’orrore dell’Olocausto non solo attraverso i fatti storici, ma anche attraverso il peso emotivo e morale che le vittime hanno portato con sé. La sua rappresentazione delicata e rispettosa del trauma invita lo spettatore a riflettere non solo sulla brutalità del passato, ma anche sulle cicatrici che rimangono e sull’importanza di mantenere viva la memoria di ciò che è accaduto.
La resistenza e la speranza
Anche nei contesti più disperati, molti film esplorano la capacità dell’essere umano di resistere e trovare speranza.
Nel film La vita è bella, il personaggio di Guido (Roberto Benigni) riesce a mantenere la gioia e il sorriso anche di fronte alla tragedia: nonostante la realtà brutale che lo circonda, decide di proteggere l'innocenza di suo figlio. Per farlo, trasforma la terribile esperienza del campo in un "gioco". Racconta a Giosuè (Giorgio Cantarini) che tutto quello che stanno vivendo fa parte di una competizione, il cui premio finale è un carro armato. Attraverso questa finzione, Guido riesce a preservare il figlio dall'orrore, infondendo in lui la speranza che ci sia una luce alla fine del tunnel.
Guido stesso dimostra una straordinaria capacità di resistere, mantenendo il suo spirito ottimista e il suo amore per la vita, anche nelle situazioni più drammatiche. Il suo sacrificio finale diventa un atto d'amore supremo, un simbolo di come la speranza e l'amore possano sopravvivere persino in mezzo alla disumanità.
Il film insegna che la resistenza non è solo fisica, ma anche emotiva e mentale. È il potere dell'immaginazione, dell'umorismo e dell'amore a dare forza per sopravvivere e a ricordare che anche nelle circostanze più oscure è possibile trovare un motivo per andare avanti.
L’ambiguità morale
L’Olocausto ha messo molte persone in situazioni in cui le scelte morali erano complesse e tragiche.
Nel film Kapò, l'ambiguità viene esplorata attraverso la storia di Edith (Susan Strasberg), una giovane ragazza ebrea deportata in un campo di concentramento: per sopravvivere all'orrore, Edith assume una nuova identità e accetta di diventare una kapò, una prigioniera incaricata di supervisionare gli altri detenuti, collaborando in parte con i suoi carcerieri.
La scelta di Edith di diventare una kapò è un esempio potente di ambiguità morale: accettare questo ruolo le garantisce una possibilità di sopravvivenza, ma la pone anche in una posizione di complicità con i persecutori. Il film mostra come questa decisione, seppur motivata dal desiderio di salvarsi, abbia un costo umano ed etico, evidenziando il conflitto interiore che ne deriva.
Kapò mette in evidenza come l'Olocausto abbia spinto molte persone a confrontarsi con dilemmi morali insostenibili, dimostrando che il confine tra vittima e carnefice può diventare sfumato in situazioni di estrema oppressione. Questo ritratto dell'ambiguità morale rende il film una profonda analisi della natura umana e delle scelte etiche in tempi di assoluta disumanità.
Il silenzio e il non detto
Spesso ciò che non viene detto o mostrato è altrettanto potente quanto quello che viene esplicitato.
Il film La zona di interesse si distingue per il suo approccio innovativo: invece di mostrare direttamente le atrocità del campo di concentramento di Auschwitz, si concentra sulla vita apparentemente normale di una famiglia nazista che vive accanto al campo.
La storia segue Rudolf Höss (Christian Friedel), il comandante di Auschwitz, e sua moglie Hedwig (Sandra Hüller), intenti a condurre una vita borghese con i loro figli. Mentre la loro routine quotidiana è caratterizzata da giardini curati, pranzi in famiglia e momenti di tranquillità, il campo di sterminio rimane costantemente presente come una minaccia invisibile, oltre il muro del loro giardino.
Il silenzio diventa un elemento narrativo centrale: le atrocità del campo non vengono mai mostrate direttamente, ma si percepiscono attraverso suoni lontani, come grida, spari o fumo che sale dai crematori. Questa assenza visiva amplifica l'orrore, lasciando spazio all'immaginazione dello spettatore e sottolineando l'indifferenza disumana della famiglia nei confronti di ciò che accade a pochi metri da loro.
La forza del film sta proprio nel non detto, nel contrasto tra la banalità del male rappresentata dalla quotidianità della famiglia Höss e l'indicibile tragedia che si consuma accanto a loro. La zona di interesse esplora così il tema del distacco morale e dell'apatia, mostrando come il silenzio e l'assenza di confronto con la realtà possano contribuire a perpetuare l'orrore. Questo approccio invita lo spettatore a riflettere non solo sulla brutalità del passato, ma anche sulla capacità umana di ignorare l'ingiustizia e la sofferenza, un tema che resta profondamente attuale.
L’universalità del messaggio
I film sull’Olocausto spesso cercano di trasmettere un messaggio che va oltre il contesto storico, toccando temi universali come l’umanità, la resilienza e la lotta contro l’ingiustizia.
Nel film Train de vie, l’universalità del messaggio si esprime attraverso una narrazione che mescola tragico e comico, affrontando il tema dell’Olocausto con un approccio originale: la storia segue un piccolo villaggio ebraico dell’Europa dell’Est che, per sfuggire alla deportazione nazista, decide di organizzare una finta deportazione, costruendo un treno con cui simulare il trasferimento verso un campo di lavoro, mentre in realtà tentano di raggiungere la libertà.
Il tono tragicomico del film serve a sottolineare la resilienza umana e la capacità di trovare speranza anche nelle situazioni più disperate. L'umorismo diventa un’arma di resistenza, un modo per mantenere la propria umanità di fronte alla disumanizzazione. I personaggi, con i loro difetti e i loro sogni, rappresentano un microcosmo universale, in cui la lotta per la sopravvivenza si intreccia con temi come la solidarietà, il sacrificio e la ricerca di libertà.
Train de vie trascende il contesto storico dell’Olocausto per parlare a un pubblico universale: il film mostra come l'oppressione e l'ingiustizia siano problemi senza tempo e come la resilienza, la creatività e il coraggio possano diventare strumenti di resistenza. Inoltre, il finale aperto e inaspettato invita lo spettatore a riflettere sulla fragilità della condizione umana e sulla necessità di tenere viva la memoria delle ingiustizie passate per prevenire quelle future.
Con il suo stile unico, il film dimostra che il messaggio dell’Olocausto non si limita a una lezione di storia, ma tocca temi universali che parlano alla lotta per i diritti umani, per la libertà e per la dignità in ogni epoca e luogo.
Tre errori da non commettere quando scrivi un film sulla Shoah
La scrittura di una sceneggiatura è un'arte complessa che richiede attenzione ai dettagli, coerenza narrativa e comprensione dei meccanismi che tengono insieme una storia.
Anche i più esperti sceneggiatori possono inciampare in errori che, se non corretti, potrebbero compromettere la qualità di un'opera.
Ecco tre errori comuni da evitare durante la scrittura di una sceneggiatura.
Personaggi piatti o senza motivazione chiara
Uno degli errori più gravi in sceneggiatura è quello di creare personaggi senza una motivazione ben definita o che non evolvono nel corso della storia. I personaggi devono avere desideri chiari, conflitti interni e, soprattutto, un arco narrativo che li faccia crescere o cambiare. Se un personaggio agisce senza una ragione comprensibile o senza una progressione, la storia risulterà poco coinvolgente.
Dialoghi poco naturali o troppo espositivi
I dialoghi sono uno degli strumenti principali attraverso cui i personaggi si esprimono e interagiscono con gli altri. Un errore comune è quello di scrivere dialoghi troppo artificiali, che non rispecchiano la naturalezza del linguaggio umano. Inoltre, i dialoghi non dovrebbero essere utilizzati come un mezzo per spiegare tutto al pubblico (informazioni esplicite o eccessivamente espositive), ma piuttosto per rivelare gradualmente la personalità dei personaggi e i dettagli della trama attraverso il subtesto.
Trama troppo lineare o priva di conflitto
Ogni buona storia ha bisogno di conflitto, che spinga i personaggi a reagire e a cambiare. La trama non dovrebbe mai essere troppo semplice o priva di ostacoli. Un errore da evitare è costruire una storia che si sviluppa in modo troppo lineare e senza tensione, dove i personaggi non sono mai messi alla prova o costretti a fare scelte difficili. Il conflitto, che può essere esterno o interno, è ciò che mantiene viva l'attenzione del pubblico.
Evita questi errori comuni e concentrati su una scrittura solida che dia vita a personaggi autentici, dialoghi credibili e una trama coinvolgente.
La sceneggiatura è la spina dorsale di ogni produzione, quindi prendersi il tempo per svilupparla con cura è fondamentale per creare una storia che risuoni davvero con il pubblico.
Una certa idea
Per noi cinefili, pochi fastidi sono paragonabili alla solita trafila annuale di articoli nelle newsletter o nei suggerimenti di Google: i classici "I dieci film sul…". Liste monotone e ripetitive, dove i presunti "migliori" non sono altro che i soliti campioni d’incassi, privi di una vera ricerca o originalità.
In controtendenza, l’Istituzione Gian Franco Minguzzi, centro dedicato allo studio della storia della psichiatria e dell’emarginazione sociale, ha recentemente pubblicato un articolo che si distingue per approfondimento e valore culturale: l’articolo presenta una selezione di ben 89 film internazionali sulla Shoah, tutti disponibili gratuitamente su piattaforme come YouTube e RaiPlay.
Se sei curioso di scoprire come la Shoah è stata raccontata attraverso il cinema di diversi paesi, clicca qui per leggere l'articolo completo dell'Istituzione Gian Franco Minguzzi.
L’obiettivo è ambizioso: arricchire la conoscenza cinematografica sull’Olocausto, offrendo un confronto tra le diverse prospettive culturali e nazionali che hanno raccontato questa tragica pagina di storia.
Conclusioni
Scrivere un film sull'Olocausto non è solo un esercizio di documentazione storica, ma un atto di memoria, di onore verso le vittime e una sfida etica per il cineasta. La grandezza di un film sulla Shoah risiede nella sua capacità di evocare l'umano, la sua vulnerabilità e la sua forza di fronte all'indicibile.
Non si tratta solo di rappresentare il dolore, ma di preservare la dignità e il ricordo di chi è stato vittima di un'atrocità senza pari.
La sceneggiatura deve non solo informare ma anche sensibilizzare, spingendo il pubblico a riflettere, a confrontarsi con il passato e a riconoscere le ombre che ancora ci circondano. In questo modo, il cinema diventa non solo un mezzo di intrattenimento, ma un potente strumento di educazione e di resistenza alla dimenticanza.