Come raccontare i genocidi agli occhi dei bambini - Copertina
By Lorenzo Carapezzi / Aggiornato un giorno fa / Cinema, Sceneggiatura

Come raccontare i genocidi agli occhi dei bambini

A pochi giorni dal Natale, LaPolis (Laboratorio di Studi Politici e Sociali) ha pubblicato il rapporto “Gli italiani e lo Stato”, giunto alla XXVIII edizione. Da quasi trent’anni, l’Osservatorio, in collaborazione con Demos e Avviso Pubblico, monitora orientamenti e mutamenti del sentimento dei cittadini nei confronti dello Stato e delle istituzioni.

Quest’anno, la ricerca assume un significato particolare: il mondo è attraversato da tensioni crescenti che scuotono l’Occidente, l’Europa e, inevitabilmente, anche l’Italia. E i dati non sono per niente rassicuranti: 6 italiani su 10 percepiscono un indebolimento della democrazia, sia a livello internazionale che, soprattutto, nazionale. Cambiamenti profondi mettono in discussione i punti di riferimento su cui si fondava la nostra sicurezza, mentre un inquietante 30% della popolazione non esclude di appoggiare idee autoritarie o fasciste.

In un contesto del genere, parlare di valori fondamentali come la memoria storica, la giustizia e la responsabilità civile diventa cruciale, soprattutto se ci rivolgiamo ai più giovani. Raccontare gli eventi drammatici come i genocidi non è solo un esercizio di storia: è un atto di difesa della democrazia e della coscienza collettiva.

Ma come si racconta l’orrore senza traumatizzare? Come si trasmettono la memoria e la comprensione della violenza senza perdere l’innocenza dell’infanzia? Questo articolo si propone di esplorare le strategie e le sfide nel raccontare i genocidi agli occhi dei bambini, un compito delicato quanto necessario in tempi in cui il rischio di dimenticare o banalizzare la storia è sempre più concreto.

A che età si può parlare di sterminio e genocidio?

Prima ancora di chiedersi come raccontare un genocidio ai bambini, la domanda che emerge con più forza è un’altra: è giusto parlarne? E soprattutto, a che età?

Trovare una risposta univoca è tutt’altro che semplice, soprattutto in un’epoca e in un contesto come quello italiano, dove il dibattito educativo appare ancora fortemente polarizzato: se si discute tuttora sull’opportunità di introdurre un’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, è facile immaginare quanto più delicato possa risultare affrontare temi come il genocidio, la violenza di massa e la morte collettiva.

Al di là delle scelte politiche e ideologiche che attraversano questo confronto, la questione divide anche chi, professionalmente, si occupa di infanzia e formazione. Educatori, psicologi, insegnanti, genitori, ma anche autori e divulgatori si trovano spesso su posizioni differenti, perché sono proprio loro a doversi confrontare nel capire come dare forma a un racconto possibile.

La posizione oggi più condivisa in ambito pedagogico è che parlare di genocidio sia non solo possibile, ma necessario: secondo il United States Holocaust Memorial Museum, già intorno agli 11-12 anni i ragazzi sono in grado di sviluppare empatia verso testimonianze individuali e di comprendere relazioni di causa-effetto nella storia. Ma è possibile spingersi ancora più in basso con l’età? Ovvero, passare dalle scuole medie alle elementari?

Il report dell’UNESCO Education about the Holocaust and preventing genocide suggerisce di introdurre l’educazione alla Shoah (e ai genocidi in generale) già nei primi anni del percorso scolastico. Molti psicologi concordano sul fatto che i bambini, in realtà, sono già esposti al mondo: guerre, immagini di profughi, conversazioni degli adulti, notizie e social media fanno parte del loro orizzonte quotidiano. Evitare il tema non significa proteggerli, ma spesso lasciarli soli con paure confuse, non nominate e non elaborate.

Ragazza legge un libro ad un gruppo di bambini

Dall’altra parte, però, una parte del mondo educativo invita alla massima prudenza: i critici sottolineano che i bambini sotto i 7-8 anni non possiedono ancora le strutture cognitive ed emotive necessarie per comprendere concetti astratti come sterminio sistematico, ideologia, responsabilità collettiva. Il rischio, secondo questa posizione, è duplice: da un lato, quello di traumatizzare attraverso immagini troppo forti o racconti non mediati possono generare ansia, incubi e un senso diffuso di insicurezza; dall’altro, quello di banalizzare con semplificazioni narrative, svuotando gli eventi della loro profondità storica ed etica. Poi, ci sono i genitori, preoccupati che l’introduzione precoce di morte e violenza possa spezzare l’equilibrio emotivo dell’infanzia, che dovrebbe restare uno spazio protetto, non ancora attraversato dall’orrore della storia.

Eppure, mettendo a confronto argomentazioni favorevoli e contrarie, emerge un punto comune: la questione centrale non è tanto se raccontare il genocidio, ma come farlo. Come si può trasmettere la memoria di eventi come la Shoah senza ricorrere a immagini esplicite, senza mostrare direttamente l’orrore, come avviene ad esempio nei film su Norimberga (2000, 2025)?

Bambino gioca con giochi per piccoli

Il nodo reale: non se, ma come

Tutte le posizioni convergono su un punto fondamentale: è giusto parlare di questi temi a condizione che il racconto sia calibrato sull’età dello spettatore. Ma quando parliamo di genocidio, Shoah, sterminio, non possono venirci in mente scene di campi di concentramento, di treni stipati, di forni. Come si possono mostrare certe immagini ai bambini?

Matteo Corradini, ebraista e scrittore, invita gli autori e gli educatori a non ridurre il racconto esclusivamente allo sterminio in quanto azione. Per un bambino è importante sapere le conseguenze di una certa azione o come evitare di fare certe cose, non effettivamente l’azione in sé. Lo stesso principio è sostenuto da Piet van Ledden, ex responsabile educativo della Casa di Anna Frank, secondo cui il modo migliore per affrontare il tema del genocidio è ricorrere a un racconto indiretto, come Il diario di Anna Frank, capace di dare un volto umano a una tragedia disumana: nessuna descrizione dei campi di concentramento, nessuna fucilazione di massa, eppure considerato uno dei testi più efficaci sull’Olocausto.

Raccontare, quindi, non significa mostrare immagini dei campi di sterminio a un bambino di sei anni, bensì parlare dei temi che richiamano lo sterminio, come l’ingiustizia, l’esclusione e persecuzione. Tutto a condizione che il racconto sia calibrato sull’età e sulla maturità emotiva del bambino. Non si tratta di anticipare contenuti crudi, ma di costruire un percorso progressivo che accompagni i più piccoli nella comprensione del male storico e sociale.

Una mamma legge un libro al bambino

Le fasi evolutive del racconto

Raccontare la Shoah e gli altri genocidi ai bambini non significa semplicemente raccontare fatti storici: è un percorso delicato che deve rispettare le capacità cognitive ed emotive dei più piccoli, costruendo una comprensione progressiva e adatta all’età.

La pedagogia moderna suggerisce di modulare il racconto in base alla fascia evolutiva, partendo dalle emozioni e dai valori fondamentali per arrivare gradualmente alla comprensione storica.

Prima infanzia (3-6 anni)

L’approccio non si concentra sui fatti storici nel loro insieme, ma piuttosto su temi accessibili che preparano alla comprensione futura. A questa età è già possibile introdurre concetti come il come rispetto per gli altri, l’ingiustizia e la discriminazione attraverso narrazioni semplici e senza descrizioni esplicite di violenza.

Le raccomandazioni educative sottolineano che le storie devono essere progettate per essere vere, che richiamano situazioni reali, ma adeguate alla capacità di elaborazione emotiva dei bambini, evitando dettagli traumatici come la morte violenta o immagini disturbanti.

L’albo illustrato Elmer, l'elefante variopinto rappresenta un esempio paradigmatico di questo approccio: il protagonista è un elefante a quadretti colorati che vive in un gruppo di elefanti tutti grigi. La sua diversità lo porta a sentirsi fuori posto. Nel tentativo di essere accettato, Elmer prova a diventare grigio come gli altri, rinunciando alla propria identità.

La storia non parla di Shoah, né di persecuzioni come la intendiamo a livello storico, ma costruisce una struttura emotiva e cognitiva di base: il bambino impara che esistono individui che vengono percepiti come “diversi”, che questa diversità può generare ingiustizia, e che l’esclusione provoca sofferenza.

Elmer, l'elefante variopinto - Copertina
Elmer, l'elefante variopinto
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Gli elementi principali di questa storia (ricerca di una propria identità, ma anche di una propria appartenenza, è meglio essere esclusi che omologarsi) sono presenti anche in film per un pubblico più adulto, come Europa, Europa (1990) di Agnieszka Holland, la storia vera di Solomon Perel, un ragazzo ebreo che durante il nazismo, per non essere ucciso, è costretto a nascondere la propria identità e a fingersi tedesco ariano, arrivando persino a vivere tra i giovani della Hitlerjugend.

Elmer e Solomon sono due facce della stessa medaglia, sono speculari: entrambi si trovano in una condizione di minoranza, entrambi percepiscono la propria diversità come un problema e entrambi tentano di annullarla per essere accettati. La differenza non sta nella struttura della storia, ma nel livello di realtà e di gravità.

Il “trucco” sta proprio nella progressione graduale tra il simbolico e il reale. Non si tratta di nascondere la verità, ma di adeguare la storia alla capacità emotiva e cognitiva del bambino, in modo che possa comprenderla senza trauma.

Seconda infanzia (6-8 anni)

A questa età i bambini iniziano a ragionare in termini più concreti e lineari, ma ancora non hanno la piena capacità di elaborare pericoli estremi o traumi complessi. Si possono allora introdurre fatti storici, ma sempre in forma protetta e mediata da metafore o storie di sopravvivenza.

A questo punto, si possono introdurre dei protagonisti umani, poiché i bambini di questa età già cominciano a ragionare in termini sociali e umani. Possono affrontare situazioni di ingiustizia più vicine alla loro esperienza quotidiana, come Gli Sporcelli di Roald Dahl.

Gli sporcelli - Copertina
Gli sporcelli
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La storia racconta le vicende di una coppia di adulti dalla cattiveria e malvagità estreme, che trascorrono il tempo a fare scherzi crudeli l’uno all’altra. Nonostante la loro inventiva nel fare del male, alla fine gli Sporcelli cadono vittime della propria cattiveria, rimanendo solo due fagotti di stracci e quattro ciabatte vecchie e sporche.

La storia, tramite gag che richiamano la slapstick, permette ai bambini di riconoscere la cattiveria: attraverso le esagerazioni grottesche della coppia protagonista, i piccoli comprendono che alcune persone possono agire intenzionalmente per nuocere agli altri, anche se le situazioni sono raccontate in modo umoristico e sicuro. Poi, cosa altrettanto importante, vengono mostrate le conseguenze delle azioni. Questo introduce il concetto di giustizia morale, facendo capire che le azioni negative hanno sempre un costo, anche quando sembrano divertenti o innocue.

Guardare ogni anno film sull’Olocausto serve non solo a ricordare eventi accaduti più di 80 anni fa, ma anche a riflettere sul fatto che, in molti casi, la giustizia ha avuto luogo e le conseguenze delle azioni negative si sono manifestate. Tuttavia, concetti così complessi e dolorosi non possono essere trasmessi a un bambino di 6 anni in forma diretta o troppo seria. Gli Sporcelli, invece, raccontano questi stessi temi attraverso comicità e surrealtà, permettendo ai bambini di esplorare la cattiveria e l’ingiustizia in un contesto sicuro, senza paura, e di riflettere sulle conseguenze delle azioni in modo accessibile ed educativo.

Lo stesso metodo è stato usato in modo coraggioso, ma con grande successo, da Radu Mihăileanu con il film Train de vie - Un treno per vivere (Train de vie, 1998): il film racconta di un villaggio ebraico che, per sfuggire ai nazisti, organizza un finto deporto ferroviario, trasformando l’orrore in una commedia surreale. Come negli Sporcelli, l’umorismo e la creatività dei protagonisti diventano strumenti per affrontare paure e ingiustizie.

⚠️ Attenzione: il film contiene due brevi scene di nudo e riferimenti adulti, quindi è consigliabile mostrarlo solo a bambini più grandi della seconda infanzia, con mediazione educativa e spiegazioni.

Terza infanzia (9-11 anni)

A questa età i bambini iniziano a capire cause e conseguenze più complesse e possono affrontare storie con conflitti più concreti, pur mantenendo una certa distanza emotiva dai traumi estremi.

I ragazzi hanno ormai la maturità emotiva e cognitiva per comprendere contesti storici complessi, come quello della Shoah, e riflettere su temi di ingiustizia, discriminazione e coraggio.

Il diario di Anne Frank - Copertina
Il diario di Anne Frank
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Il diario di Anne Frank racconta, attraverso il diario di una ragazzina, cosa sono stati costretti a fare gli ebrei per nascondersi dall’occupazione nazista nei Paesi Bassi. Attraverso le sue parole, i lettori sperimentano la paura costante di essere scoperti, la segregazione e l’esclusione, ma anche la vita quotidiana, le speranze e le emozioni di una ragazza della loro età.

Il libro permette di immedesimarsi nella drammatica realtà storica di quell’epoca, senza ricorrere a immagini crude o descrizioni violente.

Ma non solo: Anne Frank scrisse il diario tra il 12 giugno 1942 e il 1º agosto 1944, dagli 13 ai 15 anni. Grazie allo stile epistolare del racconto, il lettore può leggere direttamente i pensieri e le emozioni della protagonista. Grazie all’età vicina a quella di Anne, i ragazzi sviluppano una forte capacità di immedesimazione, comprendendo paure, speranze e sentimenti di una coetanea in un contesto storico complesso.

Adolescenza (12+ anni)

Gli adolescenti hanno sviluppato competenze emotive, cognitive e critiche sufficienti per affrontare storie storiche complesse, dove la discriminazione diventa persecuzione sistematica e le azioni cattive hanno conseguenze estremamente gravi.

In questa fase, è possibile introdurre racconti diretti della Shoah e di altri genocidi, senza la necessità di metafore protettive.

Conclusioni

Raccontare la Shoah e gli altri genocidi ai più giovani è un compito delicato, che richiede di modulare il racconto in base all’età e alla maturità emotiva. Dalle storie simboliche e grottesche per i bambini più piccoli, ai diari e ai racconti diretti per gli adolescenti, ogni fascia d’età ha strumenti narrativi adatti a comprendere l’ingiustizia, la discriminazione e le conseguenze delle azioni senza essere traumatizzata.

Libri come Gli Sporcelli o Il diario di Anne Frank, e film come Train de vie, La vita è bella, La bambina che salvava i libri e Jojo Rabbit, permettono di esplorare temi complessi come la cattiveria, la resilienza e il coraggio in modo graduale e sicuro, sviluppando empatia e capacità di riflessione critica.

In un mondo in cui segnali di indebolimento della democrazia e consenso verso idee autoritarie sono sempre più visibili, educare alla memoria storica non è solo un esercizio di storia: è un atto di responsabilità civile. Raccontare il passato significa dare strumenti ai giovani per comprendere il presente e costruire un futuro più giusto, consapevole e umano.

Autore dell'articolo
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Lorenzo Carapezzi

La scrittura è al centro della mia vita professionale. Creo storie originali e insegno sceneggiatura a giovani talenti, aiutandoli a trasformare idee in trame e personaggi memorabili. Per me, la sceneggiatura è un'arte e una passione quotidiana.